mercoledì 12 novembre 2014

SENTIRSI CHIAMATI IN CAUSA...

Fin qui, in questo mio spazio, non ho mai voluto esprimere opinioni personali etiche o politiche, perchè non mi piace fare polemica e perchè non ho voglia di essere fraintesa.
Ma questa volta mi prude il ditino e non ce la faccio più...
Ce l'ho con chi si scaglia contro le adozioni da parte di coppie omosessuali.

Parto dal fatto che chi vuoi amare è un po' un fatto tuo, che la cosa importante e così difficile a questo mondo è amare e essere amati, che non mi interessa il sesso con chi lo fai e nemmeno con chi lo farai: io credo profondamente nella libertà di amare chi meglio ti corrisponde e punto.

Semplificando un po' di passaggi, si può affermare che quando ci si ama, diventi quasi naturale il desiderio di famiglia.
E fin qui tutto bene.

Ma se leghiamo il diritto di amare chi vogliamo con il desiderio di famiglia, si scatena il putiferio.
Una volta era "se non sei sposato, non puoi avere figli" e questo assioma sembra definitivamente superato con questa mia generazione.
Ora è "se non lo fai con chi è 'giusto' farlo, allora non puoi avere figli".
Perchè altrimenti tuo figlio cresce senza un padre (o una madre) e sarà diverso dagli altri.

UDITE UDITE: IO STO CRESCENDO UN FIGLIO DIVERSO! Perchè nonostante lo abbia fatto con la persona del sesso giusto e persino da sposata, in questo momento è un'innegabile verità che io lo stia crescendo al 90% da sola. Ed è pure un maschio. Ed è circondato dall'amore di tante donne, che pur non amando me, si prodigano al massimo per lui. E in più ci sono il nonno, gli amici, gli zii come maschi di riferimento, senza bisogno che ce ne sia uno in casa. Il padre c'è ma si vede poco.
Ma non ci sono solo io: ci sono gli altri genitori single per caso o per scelta, ci sono quei genitori che hanno lottato contro un tribunale pur di affermare il proprio diritto ad amare, ci sono quei genitori che si sono presi la responsabilità per evitare ad un bambino di rimanere solo. Ci sono i genitori temporanei, quelli che per assicurare ai propri figli un destino diverso si devono allontanare da casa.
Ci sono tanti tipi di famiglie e sono tutte diverse tra loro.

La verità è che l'unica famiglia giusta è quella in cui ci si sente amati. Poco importa se la persona che ti cresce con dedizione e rispetto è un tuo consanguineo o no.
Il genitore che ognuno di noi ha in mente quando diventa grande è quella persona che ci ha curato da malati, che ci ha abbracciato quando piangevamo, che stava accanto a noi ma un passo indietro quando volevamo mostrarci indipendenti. Quella persona con cui abbiamo litigato per diventare forti nei nostri pensieri, quella che -al primo segno di fragilità- ci è venuta voglia di accudire da grandi.

Essere genitori non è una questione di sesso, essere famiglia non è una questione di numero o tipologia di componenti. Fare un bambino non è solo una questione di ovuli e spermatozoi, ma di formazione dell'identità di un individuo. Lo scoglio non è fare un bambino, ma far si che diventi una persona in grado di dare amore a sua volta (a chi vorrà anche nel suo caso). Poi se lo vogliamo crescere in base ai nostri sacrosanti principi, liberissimi di farlo: in casa nostra valgono le nostre regole, essere coerenti con il proprio credo -non solo religioso- è un esempio importante. Ma non pretendiamo che i nostri principi siano quelli di tutti. O che non sia possibile cambiare idea se qualcuno ci dimostra che stiamo andando nella direzione sbagliata. Naturalmente nel rispetto delle leggi e degli altri individui.

Per cui smettiamola, per cortesia, di parlare di famiglie diverse. Ci sono persone e storie che formeranno singoli individui. E quanto più saranno diversi tra loro questi individui, tanto più ci sarà ricchezza nel mondo, curiosità, spirito critico, dialogo, voglia di andare là dove non siamo mai stati.

Insegnare ai bambini che esiste un solo modello di riferimento per essere felici e "a posto" è un rischio per loro: si deprimeranno la prima volta che si sentiranno diversi dal modello. Lo so, perchè io sono cresciuta con un modello in testa (non inculcato, ma vissuto) e quando sono uscita dai binari mi sono sentita una fallita. Ed è stato solo grazie all'educazione alla diversità dei miei genitori che ho capito di poter essere felice da madre "diversa" e che in ogni caso la fine di qualcosa è solo un passaggio, non un fallimento. E il primo dovere di un genitore è preparare il terreno fertile per la felicità adulta del proprio figlio, qualunque siano le scelte che farà.

E dopo questo personale sfogo, chiunque è libero di commentare come crede, che sia contro o a favore. Leggerò tutti, non risponderò - per scelta - a nessuno.

giovedì 6 novembre 2014

STUDIARE (?!?!?) SCIENZE (O STORIA O GEOGRAFIA)

Classe terza, nuove sfide.
Ci sono i compiti tutti i giorni (ma su quelli c'è molta autonomia e le maestre non sono poi così cattive) e poi c'è da studiare.
E non è per niente facile studiare.
Per il Topolo però è facile leggere e questo - sembrerà assurdo - è quasi un problema.
Si, perchè lui legge (pure velocemente) poi arriva e dice "ho studiato".
Alla terza arrabbiatura con la voce che toccava gli ultrasuoni, e quindi lui non mi sentiva più ma il cane della vicina abbaiava a più non posso, ho realizzato che ancora una volta si trattava di fargli capire in un modo che potesse capire.
Dopo il successo del "metodo tabelline", mi ritrovo a pensare ancora una volta fuori dagli schemi.
Analizziamo la questione: lui legge e capisce e questo è già mezzo lavoro fatto. Però ci sono da imparare delle parole nuove e soprattutto la gestione dell'interrogazione con ansia e imbarazzo relativo.
Per la questione parole nuove, Santa Lucia un paio di anni fa aveva gentilmente portato un vocabolario per i bambini ("E' lo stesso che ha la maestra" mi cinguetta il Topolo, ottimo così possiamo fidarci di quello che dice il vocabolario...) e adesso che l'ordine alfabetico non è più un dramma, il ragazzo ci si affida volentieri, perdendosi ogni tanto nelle pagine a leggere di parole nuove, così come faceva tanto volentieri la sua mamma alla stessa età. Che bella questa sensazione!
Poi affrontiamo il discorso "parole chiave", che devi proprio usare quelle lì e non le puoi cambiare.
Individuate, si sottolineano e si memorizzano pedissequamente (foglia, margine, nervatura, picciolo...).
A questo punto viene il bello.
"Mamma ho studiato, me lo provi?"
"No, ne riparliamo tra un paio d'ore"
"Ma poi me lo dimentico"
E bravo... è proprio lì la questione. "Se pensi di potertelo dimenticare, studia ancora"
Il ragazzo si rifugia nella cameretta dove lo confino a studiare, dopo aver messo un muso che lascia la scia, tipo bava di lumaca, dalla sala. Rifuggo il senso di colpa di lasciarlo solo di fronte ad uno scoglio che gli sembra insormontabile. Abbiamo tempo.
Dopo una ventina di minuti, colpita dal silenzio che regna in cameretta, mi appropinquo alla porta senza palesarmi.
Lo sento che sta sommessamente ripetendo le due paginette di scienze.
Dentro di me sono orgogliosa: il messaggio è passato. Ma sono anche incuriosita... è stato quasi troppo facile.
Butto dentro la testa facendo meno rumore possibile perchè non voglio interromperlo.
La scena è questa: è seduto sul letto, guarda verso la testiera, il libro è aperto dietro di lui, ma la cosa più bella è davanti a lui.
Ha tirato fuori tutti i peluche (non li conto!) e sta insegnando loro la lezione come se fosse il maestro. Li guarda con intenzione, bello convinto. Ogni tanto si gira verso il quaderno e controlla di aver detto tutto per bene. E poi ricomincia.
E proprio durante uno di quei "giramenti di testa", mi intravede sulla porta. Io resto in silenzio, lui mi fa un sorriso complice.
Ho capito che hai capito.
Mi muovo dalla porta e lo lascio solo con i tuoi peluches. Torno in sala con la sensazione che pur non avendo fatto niente, ho fatto la cosa giusta. Questa volta ha trovato da solo il modo di fare quello che deve fare in una dimensione di gioco.
Me lo conferma dopo 10 minuti: "mamma ho giocato a fare il maestro"
E' tutto qui.
Per premio, prendo tutti i peluche e li butto in lavatrice. Se devono proprio andare a scuola anche loro, è giusto che siano puliti e profumati.
"Mamma, me la provi?"
"No, te la provo dopo pranzo"
"Va bene"
Quando si dice sentirsi sicuri...