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martedì 14 aprile 2020

14 APRILE 1980

Sai, quel giorno di 40 anni fa io me lo ricordo. 
Cioè, non mi ricordo che giorno fosse – meno male che le ricorrenze ormai me le ricorda Faccialibro, soprattutto in questo momento in cui tutti i giorni sono uguali – però mi ricordo che giorno è stato per me.
Ero una sua accanita fan (anche se allora bastava dire "lettrice"), le filastrocche le sapevo quasi tutte a memoria, i suoi racconti erano tutti nella mia testa, i libri anche, avevo letto già “C’era due volte il barone Lamberto” che mi aveva messo la voglia di andare a vedere il lago d’Orta (un viaggio per noi della bassa Padana) e andarlo a conoscere, là a casa sua dove lo immaginavo in uno studio pieno di mobili antichi e con tanti fogli sparsi qua e là. Il disordine della creatività a portare scompiglio in un ambiente solenne,  dove vedevo il mio eroe passare le sue giornate scrivendo per noi comuni mortali.
Lui era la mia rockstar. Se qualcuno mi avesse chiesto allora “chi ti piacerebbe conoscere di famoso?” avrei fatto sicuramente il suo nome. E subito dopo Mario Pastore.
E gli avrei fatto un sacco di domande, estremamente intelligenti ed intellettuali come quelle che tipicamente fa una bambina di 8 anni: “sei mai stato in Inghilprussia?”, “hai mai provato a mangiare l’inchiostro per diventare più intelligente?” e altre cose così importanti. E sono sicura che lui avrebbe avuto delle risposte rilevanti, che avrebbero completamente stravolto la mia vita.
Capisci cos’è stato quindi quel giorno per me? Per la prima volta il crollo dei miei sogni di bambina, la mia rockstar che spariva, non avrei più potuto incontrarlo e parlare con lui.
Un sentimento così importante verso un personaggio pubblico l’ho provato solo anni dopo, alla notizia della morte di Freddie Mercury.
Per questo motivo fin da quando ne hai memoria ti ho sempre portato ad incontrare gli autori dei tuoi libri preferiti dove possibile e – credimi - mi sono sempre emozionata come te quando avevi l’occasione di fare la tua domanda, di avere il loro autografo su un libro, di guardare loro negli occhi anche solo per dire “grazie”.
Ecco, anche io avrei voluto la possibilità di dirgli “grazie”. Dei momenti felici che ho vissuto, dei viaggi fantastici che ho fatto senza muovermi dal letto, degli amici incredibili che mi ha dato la possibilità di conoscere, di Giovannino Perdigiorno, di Alice Cascherina… e poi ancora oggi vorrei chiedergli se davvero a forza di stare nell’acqua ti crescono le pinne e diventi un pesce, perché io ci ho provato un sacco di volte ma forse non ci ho creduto abbastanza. 

sabato 24 marzo 2018

#rubatoamiofiglio

Rubo i libri a mio figlio, ne ho letti 5 di fila nelle ultime due settimane.
Un po’ perché voglio sapere cosa gli propongo come letture, un po’ perché i caratteri più grandi mi permettono di leggere in tram senza mettere e togliere gli occhiali da presbite, ma soprattutto perché sono belli, interessanti e scritti bene.

Mercoledì scorso a teatro abbiamo visto un adattamento di “Perché mi chiamo Giovanni” di Luigi Garlando, portato in scena da una bravissima Eleonora Frida Mino. Amiamo molto il libro, insieme a “Io, Emanuela” di Annalisa Strada li proposi a Federico per ricordare i 25 anni dalla morte di Falcone e Borsellino. Uno il 23 maggio, l’altro il 19 luglio dello scorso anno. L’adattamento teatrale è perfetto, rispettoso nelle immagini e nelle parole e dotato dell’intensità che avevamo percepito in quelle pagine ma che è diventata realtà sul palco. L’esperienza dopo lo spettacolo altrettanto interessante anche se non nuova per certi versi. Autore e attrice che si prestano a rispondere alle domande, che raccontano ai ragazzi da dove vengono le idee e come grazie alla passione si possono concretizzare. Grazie ai vari incontri con l’autore proposti da me e dalla scuola, non siamo nuovi a certe esperienze. Ma le apprezzo sempre.

Mi ha colpito molto una frase di Luigi Garlando: “quando scrivo mi sento molto responsabile, penso che quello potrebbe essere il primo libro che un ragazzo legge e quindi se gli piace o no potrebbe determinare il suo amore per la lettura”. Perdonatemi, non credo di aver riportato le esatte parole ma di certo il senso.
Questo è un altro dei motivi per cui leggo i libri che propongo a mio figlio. Perché voglio cercare di capire se l’autore ha scritto con questa responsabilità e se posso affidare al suo scritto la passione per i libri che ho cercato di trasmettere a mio figlio da quando era piccolissimo, con forza, impegno e tenacia.
La risposta è quasi sempre si, che bella sensazione. Bella perché mi sento meno sola nel ruolo di educatore e formatore di questo piccolo uomo, perché non sono l’unica a “predicare” su certi temi, perché c’è anima, azione, divertimento, ottima scrittura, perché anche io torno ragazza nel cuore. Perché spesso trovo parole che ho cercato dentro di me per comunicare con lui e allora gliele sottolineo per fargliele percepire. Allo stesso modo, quando tocca a lui leggere, ne trova altre e così arricchiamo insieme il nostro vocabolario emotivo.

Poi capita che un libro sia piaciuto a me ma non a lui o viceversa. Ma non è un dramma, anzi. E’ confronto.
“Non mi è piaciuto” o “mi è piaciuto” precedono sempre un perché. E le ragioni vanno rispettate. Ci si ascolta reciprocamente e ci si rispetta nel dialogo anche quando le idee divergono. Senza modificare i nostri sentimenti reciproci, anzi avvicinandoci di più nella diversità. E questo è un enorme insegnamento di vita. 

giovedì 6 agosto 2015

COME HO FATTO DI MIO FIGLIO UN APPASSIONATO LETTORE

Spesso mi sento dire che sono fortunata ad avere un figlio che legge, che i coetanei per farli leggere bisogna legarli alla sedia o fare scenate, che è strano che un maschio (!?!?!!?) legga così tanto.
E allora lo dico una volta per tutte: non sono fortunata, è stato fortunato lui a ritrovarsi una mamma lettrice (che ha alle spalle una famiglia di lettori).

Preciso: siamo fortunati si, perchè TopoFede non ha avuto problemi di vista nella prima infanzia, sono problemi seri che purtroppo non aiutano ad appassionarsi alla lettura. Se fissare le lettere su una pagina ti fa venire il mal di testa, se le lettere si confondono davanti ai tuoi occhi, se fai fisicamente fatica diventa difficile appassionarsi.

Topolo è nato mancino: è stato chiaro dal giorno in cui ha afferrato la prima cosa, quando ha imparato a camminare, quando per la prima volta ha guardato dentro un cannocchiale.
Lo chiamano mancino "occhio-mano-piede" o mancinismo omogeneo spontaneo.
Da quando è nato il suo approccio al mondo (e a me) è speculare al mio, che vivo con la parte destra del mio corpo il 99% delle esperienze sensoriali, cercando di far funzionare il cervello per intero.
Quando mi resi conto del suo mancinismo, la mamma-tigre che c'è in me fece il primo dei tanti ruggiti. Da un lato ero preoccupata del fatto che fargli copiare i miei gesti sarebbe stato impossibile (persino per sbattere le uova lui fa una rotazione inversa alla mia) e dall'altra mi rendevo conto che il mondo - anche nelle piccole cose - non è fatto per i mancini. La chitarra per esempio.
Suo padre è mancino ma scrive con la destra perchè lo hanno obbligato. Io ho sempre pensato prima della nascita di mio figlio che questo atteggiamento fosse abominevole, ma confesso di aver accarezzato l'idea di forzarlo dopo la sua nascita.
Mi confrontai all'epoca con la pediatra.
Fugando tutti i miei dubbi esistenziali, l'unica cosa su cui mi fece porre attenzione fu la dislessia (e disturbi simili). Le sue parole furono asettiche: "l'incidenza percentuale della dislessia nei mancini omogenei è più alta rispetto agli altri, è l'unica cosa su cui fare attenzione perchè, nel caso, prima te ne accorgi e prima si riesce ad aiutarlo nel modo giusto".
Un'affermazione del genere detta ad una mamma-tigre comporta reazione immediata.
Dapprima mi limitai ad osservarlo nei suoi gesti semplici, tipo il fatto che sfogliava i libri dal fondo e che interagiva prima con la pagina alla sua destra e poi con quella a sinistra.
Poi agii.
E iniziai a leggere non per lui ma insieme a lui.
Me lo sedevo in braccio e sfogliavamo il libro insieme dall'inizio.
Quando leggevo seguivo con il dito le parole scritte da sinistra verso destra.
Tutti i giorni, in qualsiasi momento, ma soprattutto la sera prima di andare a dormire.
Poi iniziò ad avvicinare le lettere - lette e scritte - e  continuai ad obbligarlo a mostrarmi con le sue dita il senso della lettura. "ma devo proprio farlo?" "si!"
Nel frattempo alla scuola d'infanzia gli insegnavano a scrivere e in accordo con le maestre - sante maestre Cristina e Daniela - la nostra preoccupazione era quella che la B avesse le due gobbe che puntavano a destra, non che il gesto della scrittura seguisse le stesse direzioni dei suoi compagni (alcuni libri di prescrittura purtroppo, ancora oggi, insegnano a scrivere seguendo un percorso che non è per mancini).
Nella sua scuola esisteva anche un osservatorio per disturbi dell'apprendimento e gli specialisti alla fine dei tre anni concordavano sul fatto che non si ravvisavano segni di dislessia o disgrafia e che il Topolo aveva trovato il suo equilibrio mancino.
Bene, potevo tirare fiato.
Tirai fiato.
Per scoprire che però lui la sera voleva continuare a leggere con me.
E allora continuammo a leggere. Insieme.
Ad entrare nelle librerie per scegliere i colori, le copertine e le storie che più ci attiravano.
Poi cominciò a leggere da solo. Sempre prima di dormire, accoccolato nel lettone vicino a me, io con il mio libro, lui con il suo. E a dimenticarci insieme che era ora di addormentarsi.
Ma i libri da dove vengono?
La prima volta che lo lasciai da solo ad un evento del Festivaletteratura aveva 4 anni. L'autore da incontrare era Tony Ross e ancora oggi il suo "Paolona Musona" è uno dei libri che Fede ricorda con maggior piacere. L'evento era all'aperto, lui era con la sua adorata cuginetta e io li osservavo da fuori, commossa di fronte alla loro totale attenzione (considerando poi che l'autore parlava in inglese e c'era pure la traduttrice).
Poi vennero le avventure. I tanti Geronimo Stilton che gli facevo prendere in biblioteca perchè mi rifiutavo di comprarli, alternati a libri sui robot, sui mostri, Peter Pan, Alice nel paese delle meraviglie.
A metà della seconda elementare mi chiese di leggere Harry Potter e gli dissi di no, che era troppo piccolo per Harry. Insoddisfatto per il mio rifiuto, un giorno tornò a casa da scuola con il libro preso dalla biblioteca dicendo "la maestra non mi ha detto no". E chi sono io per andare contro alla maestra? Ci mise 3 mesi, ma riuscì nell'impresa.
Andando indietro con i ricordi, mi rendo conto che io alla sua età i libri li divoravo. Ogni momento era buono per leggere una pagina, se ero da sola leggevo, se non mi piacevano i giochi che facevano gli amici tiravo fuori un libro (al limite dell'emarginazione sociale). Io, che nell'estate tra la prima e la seconda elementare imploravo mio padre per farmi accompagnare in biblioteca e fu proprio quell'estate che lessi l'edizione integrale di Pinocchio, facendomi per questo amare dalla bibliotecaria.
Lui è meno patologico e il suo gusto per il leggere non sfocia nell'asocialità. Legge per curiosità, non per claustrofobia emotiva.

Insomma, il seme cade sempre vicino alla pianta.
Ma per crescere forte la pianta va coltivata.
Partiamo per un viaggio? "Fede, che libro ti porti?"
Mi dice che ha finito un libro? Gli chiedo di raccontarmelo (e intanto fa esercizio di sintesi ed esposizione mentre io mi godo la sua bella vocina).
In cartella ha sempre qualcosa da leggere, per quando in classe ci sono tempi morti e magari deve aspettare che gli altri finiscano... e intanto non disturba.
E io ho sempre un libro in borsa. E lui che chiede "cosa stai leggendo? di cosa parla?"
E tanto tanto tanto di più.

Possiamo concludere che Fede è un appassionato lettore.
Perchè la lettura è un momento di quiete e relax. E c'è sempre il modo di avere un momento di quiete e relax durante la giornata.
Perchè è un modo per stare insieme, per avere cose da raccontarsi.
Per vivere le avventure che non si possono vivere altrimenti, per sognare ad occhi aperti e pensare che niente è impossibile.
Perchè a casa nostra (e nelle case in cui ci spostiamo) i libri sono dappertutto e non sono mai abbastanza.
Perchè prestare un libro ad un amico è un modo per avere qualcosa in comune.
Perchè ci sono i libri, i fumetti, Focus Junior e i cataloghi Lego.
Perchè se legge lui, leggo anche io e viceversa.

Leggo io, legge lui.

Non sono fortunata.
L'ho aiutato a crescere, gli ho chiesto di condividere una passione, gli do' l'esempio.
E' lui quello fortunato: vive in una casa, in una famiglia in cui si legge per tenere la mente accesa e il cuore aperto. In cui la scelta di un libro è un esercizio di libero arbitrio. E alla fine puoi dire liberamente "mi piace" o "non mi piace", basta che mi spieghi il perchè. E io posso essere d'accordo o no e ti dirò i miei perchè.
E non ci neghiamo la tv, il tablet, i lego, i giochi con gli amici. Non rubiamo tempo a niente e facciamo tutto.
Ecco, forse non disegniamo tanto perchè siamo due capre con la matita in mano.
"Mamma, diventerò fumettista... ma quello che inventa le storie, non quello che le disegna".
Amen!