mercoledì 12 novembre 2014

SENTIRSI CHIAMATI IN CAUSA...

Fin qui, in questo mio spazio, non ho mai voluto esprimere opinioni personali etiche o politiche, perchè non mi piace fare polemica e perchè non ho voglia di essere fraintesa.
Ma questa volta mi prude il ditino e non ce la faccio più...
Ce l'ho con chi si scaglia contro le adozioni da parte di coppie omosessuali.

Parto dal fatto che chi vuoi amare è un po' un fatto tuo, che la cosa importante e così difficile a questo mondo è amare e essere amati, che non mi interessa il sesso con chi lo fai e nemmeno con chi lo farai: io credo profondamente nella libertà di amare chi meglio ti corrisponde e punto.

Semplificando un po' di passaggi, si può affermare che quando ci si ama, diventi quasi naturale il desiderio di famiglia.
E fin qui tutto bene.

Ma se leghiamo il diritto di amare chi vogliamo con il desiderio di famiglia, si scatena il putiferio.
Una volta era "se non sei sposato, non puoi avere figli" e questo assioma sembra definitivamente superato con questa mia generazione.
Ora è "se non lo fai con chi è 'giusto' farlo, allora non puoi avere figli".
Perchè altrimenti tuo figlio cresce senza un padre (o una madre) e sarà diverso dagli altri.

UDITE UDITE: IO STO CRESCENDO UN FIGLIO DIVERSO! Perchè nonostante lo abbia fatto con la persona del sesso giusto e persino da sposata, in questo momento è un'innegabile verità che io lo stia crescendo al 90% da sola. Ed è pure un maschio. Ed è circondato dall'amore di tante donne, che pur non amando me, si prodigano al massimo per lui. E in più ci sono il nonno, gli amici, gli zii come maschi di riferimento, senza bisogno che ce ne sia uno in casa. Il padre c'è ma si vede poco.
Ma non ci sono solo io: ci sono gli altri genitori single per caso o per scelta, ci sono quei genitori che hanno lottato contro un tribunale pur di affermare il proprio diritto ad amare, ci sono quei genitori che si sono presi la responsabilità per evitare ad un bambino di rimanere solo. Ci sono i genitori temporanei, quelli che per assicurare ai propri figli un destino diverso si devono allontanare da casa.
Ci sono tanti tipi di famiglie e sono tutte diverse tra loro.

La verità è che l'unica famiglia giusta è quella in cui ci si sente amati. Poco importa se la persona che ti cresce con dedizione e rispetto è un tuo consanguineo o no.
Il genitore che ognuno di noi ha in mente quando diventa grande è quella persona che ci ha curato da malati, che ci ha abbracciato quando piangevamo, che stava accanto a noi ma un passo indietro quando volevamo mostrarci indipendenti. Quella persona con cui abbiamo litigato per diventare forti nei nostri pensieri, quella che -al primo segno di fragilità- ci è venuta voglia di accudire da grandi.

Essere genitori non è una questione di sesso, essere famiglia non è una questione di numero o tipologia di componenti. Fare un bambino non è solo una questione di ovuli e spermatozoi, ma di formazione dell'identità di un individuo. Lo scoglio non è fare un bambino, ma far si che diventi una persona in grado di dare amore a sua volta (a chi vorrà anche nel suo caso). Poi se lo vogliamo crescere in base ai nostri sacrosanti principi, liberissimi di farlo: in casa nostra valgono le nostre regole, essere coerenti con il proprio credo -non solo religioso- è un esempio importante. Ma non pretendiamo che i nostri principi siano quelli di tutti. O che non sia possibile cambiare idea se qualcuno ci dimostra che stiamo andando nella direzione sbagliata. Naturalmente nel rispetto delle leggi e degli altri individui.

Per cui smettiamola, per cortesia, di parlare di famiglie diverse. Ci sono persone e storie che formeranno singoli individui. E quanto più saranno diversi tra loro questi individui, tanto più ci sarà ricchezza nel mondo, curiosità, spirito critico, dialogo, voglia di andare là dove non siamo mai stati.

Insegnare ai bambini che esiste un solo modello di riferimento per essere felici e "a posto" è un rischio per loro: si deprimeranno la prima volta che si sentiranno diversi dal modello. Lo so, perchè io sono cresciuta con un modello in testa (non inculcato, ma vissuto) e quando sono uscita dai binari mi sono sentita una fallita. Ed è stato solo grazie all'educazione alla diversità dei miei genitori che ho capito di poter essere felice da madre "diversa" e che in ogni caso la fine di qualcosa è solo un passaggio, non un fallimento. E il primo dovere di un genitore è preparare il terreno fertile per la felicità adulta del proprio figlio, qualunque siano le scelte che farà.

E dopo questo personale sfogo, chiunque è libero di commentare come crede, che sia contro o a favore. Leggerò tutti, non risponderò - per scelta - a nessuno.

giovedì 6 novembre 2014

STUDIARE (?!?!?) SCIENZE (O STORIA O GEOGRAFIA)

Classe terza, nuove sfide.
Ci sono i compiti tutti i giorni (ma su quelli c'è molta autonomia e le maestre non sono poi così cattive) e poi c'è da studiare.
E non è per niente facile studiare.
Per il Topolo però è facile leggere e questo - sembrerà assurdo - è quasi un problema.
Si, perchè lui legge (pure velocemente) poi arriva e dice "ho studiato".
Alla terza arrabbiatura con la voce che toccava gli ultrasuoni, e quindi lui non mi sentiva più ma il cane della vicina abbaiava a più non posso, ho realizzato che ancora una volta si trattava di fargli capire in un modo che potesse capire.
Dopo il successo del "metodo tabelline", mi ritrovo a pensare ancora una volta fuori dagli schemi.
Analizziamo la questione: lui legge e capisce e questo è già mezzo lavoro fatto. Però ci sono da imparare delle parole nuove e soprattutto la gestione dell'interrogazione con ansia e imbarazzo relativo.
Per la questione parole nuove, Santa Lucia un paio di anni fa aveva gentilmente portato un vocabolario per i bambini ("E' lo stesso che ha la maestra" mi cinguetta il Topolo, ottimo così possiamo fidarci di quello che dice il vocabolario...) e adesso che l'ordine alfabetico non è più un dramma, il ragazzo ci si affida volentieri, perdendosi ogni tanto nelle pagine a leggere di parole nuove, così come faceva tanto volentieri la sua mamma alla stessa età. Che bella questa sensazione!
Poi affrontiamo il discorso "parole chiave", che devi proprio usare quelle lì e non le puoi cambiare.
Individuate, si sottolineano e si memorizzano pedissequamente (foglia, margine, nervatura, picciolo...).
A questo punto viene il bello.
"Mamma ho studiato, me lo provi?"
"No, ne riparliamo tra un paio d'ore"
"Ma poi me lo dimentico"
E bravo... è proprio lì la questione. "Se pensi di potertelo dimenticare, studia ancora"
Il ragazzo si rifugia nella cameretta dove lo confino a studiare, dopo aver messo un muso che lascia la scia, tipo bava di lumaca, dalla sala. Rifuggo il senso di colpa di lasciarlo solo di fronte ad uno scoglio che gli sembra insormontabile. Abbiamo tempo.
Dopo una ventina di minuti, colpita dal silenzio che regna in cameretta, mi appropinquo alla porta senza palesarmi.
Lo sento che sta sommessamente ripetendo le due paginette di scienze.
Dentro di me sono orgogliosa: il messaggio è passato. Ma sono anche incuriosita... è stato quasi troppo facile.
Butto dentro la testa facendo meno rumore possibile perchè non voglio interromperlo.
La scena è questa: è seduto sul letto, guarda verso la testiera, il libro è aperto dietro di lui, ma la cosa più bella è davanti a lui.
Ha tirato fuori tutti i peluche (non li conto!) e sta insegnando loro la lezione come se fosse il maestro. Li guarda con intenzione, bello convinto. Ogni tanto si gira verso il quaderno e controlla di aver detto tutto per bene. E poi ricomincia.
E proprio durante uno di quei "giramenti di testa", mi intravede sulla porta. Io resto in silenzio, lui mi fa un sorriso complice.
Ho capito che hai capito.
Mi muovo dalla porta e lo lascio solo con i tuoi peluches. Torno in sala con la sensazione che pur non avendo fatto niente, ho fatto la cosa giusta. Questa volta ha trovato da solo il modo di fare quello che deve fare in una dimensione di gioco.
Me lo conferma dopo 10 minuti: "mamma ho giocato a fare il maestro"
E' tutto qui.
Per premio, prendo tutti i peluche e li butto in lavatrice. Se devono proprio andare a scuola anche loro, è giusto che siano puliti e profumati.
"Mamma, me la provi?"
"No, te la provo dopo pranzo"
"Va bene"
Quando si dice sentirsi sicuri...

giovedì 2 ottobre 2014

TORNARE A SCUOLA: LE TABELLINE

Non essendo wife, non posso definirmi "desperate housewife", ma essendo mamma decido di attribuirmi il titolo di mamma disperata.

Di quelle che fanno il conto alla rovescia dal primo giorno di scuola per intenderci.

Razionalmente ogni anno mi dico che sono una sciocca a preoccuparmi così tanto, in fondo TopoFede ha risorse personali sufficienti per cavarsela egregiamente da solo. Me lo ha dimostrato anche durante le vacanze estive gestendosi in completa autonomia i compiti e leggendo quanto consigliato e oltre senza nessuna costrizione, anzi!

Comincio a sentire i rumori di fondo... "fortunata te", "il mio fa una fatica...", "noi siamo andati a scuola con metà del libro da fare".

Poi però la scuola comincia e così i miei patemi.
Che sono soprattutto legati al fatto di sentire su di me (in quanto purtroppo la scuola pubblica è carente in questo) la responsabilità di insegnarli a fare leva sulle sue capacità innate, a portarle al massimo livello attraverso l'impegno e la pratica, a sfruttare quel potenziale inespresso oltre a quanto pedissequamente richiesto dai compiti.
Naturalmente nel rispetto del suo essere un bambino di 8 anni, mica lo faccio studiare fino a mezzanotte.

La scuola è iniziata con un clima di lassismo tipico da maschio di 8 anni che ha corso in lungo e in largo per tutta l'estate, cosa che non solo la mamma consente ma consiglia e stimola nei mesi estivi. Se uno si impegna deve avere un premio, lo penso a 360 gradi.
Lui si impegna a scuola e il premio è la libertà assoluta dal 7 giugno all'11 settembre (sempre senza dimenticare i compiti che lui ha imparato a collocare nell'oretta pomeridiana in cui i nonni o la mamma riposano).
Detto ciò, è faticoso per entrambi riprendere le regole e i ritmi scolastici. I quaderni sono pieni di errori di distrazione che la maestra non manca di sottolineare e che - conoscendo il Topo-polletto - tendo ad accettare per le prime 2 settimane.
Poi mi scatta.

Quest'anno è scattata con la prova d'ingresso di matematica.
E il commento in calce della maestra che dice "esatta l'operazione di calcolo, errato il risultato: ripassa le tabelline".
SDENG!
Appena terminata di leggere la frase mi giro verso di lui e gli dico "scusa, da quando in qua 8x8 fa 94? quanto meno dovresti sapere che la tabellina dell'8 non va oltre l'80".
Il meccanismo difensivo del Topolo di fronte al rimprovero consiste nella "sgranata di occhi à la mode del gatto degli stivali di Shrek". E gli viene un gran bene dato che la natura (e i geni paterni) lo hanno dotato di occhioni nocciola e lunghe ciglia scure.
Ma a me è scattata.
Insomma, dopo un anno ad impare tutte le tabelline, ripassarle ogni sera, cercare ogni mezzo per favorire la memorizzazione (ci sono le canzoncine su YouTube, se vi interessa) alla prova d'ingresso mi sbagli la tabellina?
Replica: "ma l'operazione era giusta!".
Risposta: "a maggior ragione, hai fatto un errore solo perchè ci hai messo mezza testa... (aggiungiamo carico da 90, con una dose di drammaticità inutile per il ragionamento ma efficace per colpire il suo immaginario) cosa succede se il dottore mentre ti sta dando la medicina ci mette mezza testa?". La risposta rimane sospesa nell'aria, il pensiero c'è, capisce la "gravità" della situazione.
Ma non sono persona da rimproverare e basta, si passa al piano d'azione.
Mi rendo conto che in realtà tra quanto studiato lo scorso anno e quanto richiesto dal programma di quest'anno c'è uno step da fare: passare dalla memorizzazione sequenziale alla prontezza di risposta.
La prima settimana si ripassano tutte le tabelline come le ha imparate in seconda e mi rendo conto che in realtà ci siamo.
Il problema diventa quindi trovare il modo di fare il passaggio di apprendimento.
Pensa che ti ripensa (perchè - mi ripeto - la scuola è carente in questo) ho trovato la nostra strategia.
Abolita la tavola pitagorica e il tubò che lo scorso anno tanto ci avevano incuriosito e aiutato, il mio "thinking out of the box" mi porta in realtà a focalizzarmi su un "box".
Un urna, una vaschetta da pesce rosso, un contenitore ikea.
E in questo contenitore finiscono le tabelline fatte a pezzetti: tanti foglietti, ognuno dei quali riporta un calcolo senza il risultato.
E ogni sera mentre la mamma prepara la cena si gioca: TopoFede pesca 10 foglietti, li apre uno ad uno, mi dice il calcolo richiesto e il relativo risultato, se sbaglia ne pesca un altro. Se li fa tutti giusti, la cena si conclude con un gianduiotto Gobino!
Tra il meccanismo stile tombola, la rapidità del giochino, il fatto di farlo insieme e la golosità del premio riservato al pieno successo, in una settimana già le cose sono cambiate. Ma continuiamo a farlo.
E adesso che per inglese deve studiare i numeri da 1 a 100, si aggiunge al calcolo anche la difficoltà di rispondere in inglese (con relativo spelling)... trucchetti da "desperate mum".
Che però ha raggiunto lo scopo: studiare con relativo divertimento qualcosa di apparentemente noioso.

Volete sapere come stiamo imparando a studiare? Ve lo racconterò!

P.S. Il Topolo lo ha raccontato alla maestra di matematica. Che lo ha immediatamente adottato come metodo per la classe. Peccato che non sia venuto in mente prima a lei... Le riconosco però il merito di aver trovato lo scorso anno le canzoncine per prima!

giovedì 31 luglio 2014

A ZONZO CON GLI OCCHI DEI BAMBINI

[Per il rotto della cuffia il post di luglio...]

Noi siamo già andati in vacanza!
In questa strana estate siamo stati così fortunati da beccare l'unica settimana con il sole, la prima di due trascorse, come da qualche anno, a Torre del Lago.
Bello il mare? Ne ho visti di più belli, ma ci sono talmente tanti altri motivi che ci spingono a tornare lì ogni anno che alla fine il mare è l'ultimo della lista.

Dicevo, la prima settimana ce la siamo goduta in spiaggia: caldo non eccessivo, sole presente ma non aggressivo (io sono persino arrivata a FP6 al quarto giorno), mare mosso con i cavalloni che ci si divertiva con niente... si stava proprio bene.
La prima settimana.
Poi il lunedì della seconda ha cominciato a rannuvolarsi.
E a fare freddo.
E a piovere.
Dopo anni che tenevo nel cassetto il piano B per esorcizzare il maltempo e i malanni che potessero tenerci lontano dalla spiaggia, quest'anno mi è toccato rispolverarlo.
In fin dei conti siamo in Versilia: Pisa, Lucca, Collodi, Altopascio, Vinci, con il treno volendo si arriva anche a Firenze! Da dove cominciamo?
Mi affido ai consulenti locali e decido: domani si va a Lucca.
Non vi dirò quanto è bella Lucca: vale la pena andare fin lì per apprezzarla secondo i propri gusti.

Io per esempio l'ho gustata in modo particolare.

Partiamo con calma, verso le 11 che non abbiamo fretta (e poi piove, lasciamo dormire la creatura), ci bardiamo con i nostri k-way, niente ombrello che mi da' fastidio, pronti, via.
Al nostro arrivo facciamo colazione (è quasi mezzogiorno, ma siamo in vacanzaaaaaaa), poi passiamo le mura ed entriamo in città.
Prima cosa: a naso - seguendo il profumo della buona musica - arrivo alla piazza del Lucca Summer Festival.
Momento di estasi, quasi da Sindrome di Stendhal, sento tutti i grandi che hanno suonato in quella piazza... e che io non ho visto, compreso il futuro concerto di Stevie Wonder che quando ho cominciato a pensare al come erano già finiti i biglietti. Anche il Topolo percepisce la grandezza del momento: il palco è davvero grande e così vicino. Stare lì per un concerto dev'essere da brivido. Vabbè, tirem innanz.
Riesco ad arrivare a via Fillungo, la via dello shopping lucchese, Topolo da' segni di insofferenza.
Lo invito a guardare il cielo che per un attimo è diventato blu e gli mostro l'imponenza delle torri sfidandolo a salire in cima alla più alta. "Dai mamma, tu soffri di vertigini".
Continuiamo a camminare guardando piccoli angoli curiosi.
"Mamma sono stanco"
"Riempiti gli occhi di bellezza e ti passa la stanchezza"
Mi guarda con un'espressione posata, poi decide che questa cosa gli piace e andiamo avanti. Però capisco che non si sente coinvolto, colpa mia: non sono abbastanza preparata per raccontargli storie ed è troppo piccolo ancora per apprezzare l'architettura di per sè.
Ma in via Fillungo ci sono due sorprese per noi.
La prima si chiama Museo della Tortura. L'età di TopoFede è quella in cui lo splatter attira, solo a vedere l'insegna gli si illuminano gli occhi. Ahimè è chiuso per l'ora di pranzo, riapre dopo. Faccino deluso, mamma supportiva: "Dai, intanto andiamo a mangiare e poi torniamo".
"Io non ho fame."
"Io si, quindi ci sediamo da qualche parte a far mangiare la mamma".
Torniamo sui nostri passi in via Fillungo e con la coda dell'occhio vedo in una vetrina una guida di Lucca per bambini. Mi scatta il clic, ma prima voglio capire se è una cosa seria. Entriamo, lui si tuffa sullo scaffale dei libri per ragazzi, io anche ma diretta al libro. Lo sfoglio: è la storia di un nonno che porta a spasso i nipoti per Lucca. Lo prendo.
Usciamo mentre lui sta ancora protestando per non avergli preso niente che gli piacesse. Gli dico "Fidati" e lo trascino. In una piazzetta carina e silenziosa troviamo un bar per un panino. Mentre aspettiamo, io prendo in mano il libro, lui sfoglia la Gazzetta per leggere dei Mondiali (ma lo sai che hai solo 8 anni???), tenta di aggiornarmi su Messi&Co. ma nota che sono concentrata e mi chiede "posso leggerlo?"
"Certo, l'ho preso per te"
"Parla di Lucca"
"Si e di un nonno che porta in giro i suoi nipoti per raccontargli le cose della città."
Non passano più di 5 minuti e l'ho già perso. Ha l'aria concentrata, riposa il corpo e accende il cervello: fa sempre così.
Quando arrivano i panini è già conquistato. "Mamma, poi ti dico io dove andare"
Ho fatto gol.
E così le ore successive passano davvero in un lampo. Al punto che mentre torniamo alla macchina mi dice "Torniamo domani e ci portiamo anche Sofia (l'amichetta lasciata a casa)?".
Lucca l'ha conquistato, è diventata grazie a quel libro una città con una storia che lui può vivere da dentro. Non smette di parlare, non si separa dal libro. Legge e rilegge delle cose che abbiamo visto.
Io sono davvero felice: ha costruito la sua emozione e la ricorderà anche da grande.

Mi spiazza la sera dicendomi "Quando andiamo a Firenze?". Gli rispondo che vorrei avere più tempo per visitare Firenze e poi dovremmo andare anche a Venezia. E nell'intimo mi viene l'angoscia della preparazione spirituale del viaggio: come posso fare a renderlo interessante come Lucca?

Al mio ritorno a Milano scopro che esistono delle guide turistiche dedicate ai bambini, anche una di Milano per adulti ma che si sviluppa come se fosse un romanzo giallo e tu fossi il detective e mi vengono tante idee e tanti desideri. Un po' ne parlo con lui, un po' me lo tengo segreto per sorprenderlo.
Certo è che con lui sto scoprendo un nuovo modo di fare la turista e mettersi nei suoi panni fa diventare tutto molto più coinvolgente e divertente.
E sì, si possono imparare tante cose anche in modo non noioso!

Ah, oltre al Topolo conquistato, io mi sono portata a casa altri due risultati personali:
- "Hai visto che aveva ragione la mamma quando facevi i capricci per il libro e ti ho chiesto di fidarti?". Sorride sornione: "Alla fine hai sempre ragione tu". Sacrosanto. In quanto madre e in quanto donna: prima lo capisci, meglio sarà per te.
- Rivolto all'amichetta che si lamentava di dover camminare troppo "La mia mamma dice 'Riempiti gli occhi di bellezza e ti passa la stanchezza' ed è vero". Amen!

martedì 10 giugno 2014

E SENZA VOLERE, UN KAL LUNGO UN ANNO!

Stavo mettendo ordine nello stash e nei wips e su ravelry tra foto e progetti e ho realizzato che i modelli di Emma Fassio mi piacciono davvero tanto. E mi piace tanto anche lei, per questo non perdo occasione per incontrarla ad un WS e mettere sui ferri un suo modello.
Non ha bisogno della mia pubblicità, ormai (e lo dico con un pizzico di ironia, perchè lei sa sorridere tanto e bene) è anche una diva televisiva, ma volevo trovare un filo conduttore e così anche se siamo a metà giugno, ho deciso di promuovere il “KAL 2014 con Emma Fassio”.
Lei è estremamente produttiva, un vulcano di idee, spazia da maglioni, stole, cardigan con una facilità impressionante e quindi non è difficile trovare il modello da fare.

In questo post parto dal lavoro completato in gennaio.

Il pattern si chiama “Terra del vento” ed è stato presentato ad un WS presso unfilodi ad ottobre 2013.
Disegnato per la Malabrigo Mecha o la Smooshy Dream in color, io ho scelto di realizzarlo con la Arroyo Malabrigo perché mi sono innamorata delle sue sfumature. Ho scelto un verde sfumato con il nero che molto si adatta al mio abbigliamento invernale.
Il modello è sviluppato da lato a lato con chiusura sovrapposta e maniche e collo realizzate riprendendo le maglie.
Ho realizzato la taglia M ma l’ho modificata per renderla più adatta alle mie forme e al mio stile.
In particolare, ho aggiunto delle short rows sotto il giro manica per adattarlo meglio al seno ed evitare l’eccessiva apertura dello spacco; sul davanti ho deciso di cucire la sovrapposizione fino all’altezza della vita per dare più l’idea di maglione (e farlo più comodo per me e per la vita che faccio) e non ho fatto le maniche per renderlo più portabile sotto giacconi e cappotti.

Il risultato mi piace davvero, l'effetto sbieco è interessante e snellente!
Lo scorso inverno l’ho indossato molto perché il collo abbondante tiene caldissimo e indossato con un maglietta di cotone a maniche lunghe lo rende perfetto per le temperature dell’ufficio.

Con pantalone nero e maglietta nera per un effetto più elegante, con jeans e maglietta bianca per un look più casual.

lunedì 19 maggio 2014

PICCOLI EROI, GRANDI ESEMPI

Tra le tante facce che ho, ce n'è una che mi caratterizza abbastanza: mi piace il calcio e tifo Inter.
Tifo Inter da interista, soffrendo spesso, esultando poco e sempre con una certa signorilità, chiudendomi nel mutismo più assoluto di fronte a certi pareggi incomprensibili e ripassando almeno una volta a settimana a memoria la formazione del Triplete (in quanto ultima significativa)... e qui mi fermo, ma se vi è mai capitato di leggere i libri "interisti" di Beppe Severgnini, sappiate che mi ci riconosco per un buon 90%.
Questo per me e per l'Inter è stato un anno di transizione, per me perchè quest'anno il Topolo ha "battezzato" lo stadio diventando ufficialmente calciofilo, per l'Inter perchè ieri si è chiusa un'era, chiamarlo ciclo è riduttivo.
Io questi ultimi 8 anni me li ricordo bene, dal derby dell'11 dicembre 2005 vinto 3-2: avevo la pancia di 5 mesi e dalla (mia) agitazione Fede aveva fatto i salti tutta la notte!
Non mi interessa parlare di calciopoli, non voglio sapere chi ha ragione o chi ha torto.
Voglio solo ricordare.
Ricordare che dopo anni passati a soffrire indicibilmente, a perdere ad un soffio o a pareggiare per 6 o 7 partite di fila, finalmente si ricominciò ad avere qualche soddisfazione.
Ricordo partite viste allattando, urla soffocate per il gol fatto perchè di là il bimbo dorme, sfilate in centro a fine campionato con passeggino.
Si perchè questo ciclo per me è stato segnato dai primi 8 anni di vita di mio figlio.
La sua prima maglia fu quella di Figo, la seconda quella di Zanetti.
Aveva il ciuccio dell'Inter, la palla dell'Inter, la bicicletta dell'Inter.
Aveva il poster di Eto'o in camera a grandezza naturale (ha avuto anche quello di Ibra per un po', ma lasciamo stare che' era ancora piccolo e se n'è dimenticato).
E sono contento di averlo portato allo stadio proprio quest'anno, proprio alla fine di questo ciclo perchè il ricordo gli rimarrà.
Gli rimarrà il ricordo dei giocatori che gli ho raccontato io, di quelli che mi hanno conquistato.
E non perchè fossero i più forti o tecnicamente i migliori, ma perchè sono stati i più generosi.
JulioCesarLucioSamuelMaiconChivuZanettiCambiassoSneijderPandevEto'oMilito, la formazione di quella notte a mo' di rosario per non dimenticare, per non dimenticare la gioia del Capitano che alzava la Coppa, per non dimenticare le lacrime di Materazzi e di Mou nel tunnel.
Per non dimenticare che quella stessa notte alle 4 del mattino avrei voluto svegliare il Frugolo per portarlo allo stadio a festeggiare perchè una cosa così da interista chissà quanto dovrà aspettare per vederla ancora...
Perchè noi interisti siamo così, esultiamo rimanendo con i piedi per terra.
E ieri tutto questo è finito, è finito per me con le lacrime di Cambiasso sotto la curva ospiti del Bentegodi: questo presidente gli ha negato anche il saluto di San Siro comunicandogli che non gli avrebbe rinnovato il contratto durante la settimana e non la settimana prima quando avrebbe potuto condividere la festa del suo grande amico Zanetti.
Thohir, così non si fa: sappi che all'Inter conta più l'orgoglio di squadra delle vincite. Fa molto calcio antico, ma a noi interisti piace così.

E così questo sarà l'anno in cui all'Inter è finito il ciclo, ma io ho avuto la possibilità di far vedere a Fede dal vivo Samuel, Cambiasso, Milito e Zanetti: 4 calciatori che si identificavano nella maglia che portavano, che potevano perderle tutte ma non il derby, che correvano sputando polmoni per poi calciare la cosa più brutta che avessi mai visto ma solo perchè non ne avevano più.
Di loro non si è mai parlato sui giornali di "chiacchiere", mai uno scandalo, mai una macchia, mai una parola fuori posto. Forse qualche fallo un po' più cattivo, ma in fin dei conti il calcio è uno sport "maschio" come ci insegnava il buon Hodgson.
Non twittano nemmeno.
Però io non li dimenticherò mai proprio perchè "non" sono stati: in questo calcio fatto solo di soldi e di compravendita di gambe, loro sono stati una squadra e i tifosi a far squadra con loro.

Io voglio credere nel new deal neroazzurro, voglio sperare che torni qualcuno a farci sognare, ma la domanda che si fanno tutti gli interisti oggi è "chi sarà il capitano il prossimo anno?", chi avrà la forza di reggere il peso di cotanto spogliatoio pieno di echi e fantasmi?
In attesa della risposta mi salvo dal sito dell'Inter le foto ufficiali di domenica e voglio chiudere così.
(foto dal sito www.inter.it)


lunedì 13 gennaio 2014

L'IMPORTANZA DI UN BARBAPAPA

Queste vacanze passate in famiglia mi hanno portato ad osservare da vicino alcune belle cose.
In particolare ho visto dei Papà.
La maestra del Topolo se mi vedesse scrivere un nome comune con una lettera maiuscola mi farebbe un bel segnaccio rosso, ma in questo caso "papà" non è proprio comune. Un bravo papà non è una cosa così comune.
Grazie a Dio di bravi papà ce ne sono tanti - io ho la fortuna di essere cresciuta senza sapere cosa fosse un papà non buono - ed è una condizione che prescinde dal fatto di essere sposati, conviventi, separati...
Un buon papà è difficile da descrivere, è più facile osservarli.

C'è il nonno-papà, che per me è fondamentale. Ripetendo i miei messaggi, rinforza la "papà" che c'è in me da un lato e racconta a Federico le stesse cose che raccontava a me quando ero bambina. E se lo porta dappertutto proprio come faceva con me. Solo quando sono con lui, faccio veramente la "mamma" - quella affettuosa e complice - perchè altrimenti mi tocca essere sempre ambivalente. Non l'ho mai visto respingere un bambino, nonostante sia all'apparenza burbero. Quando distribuiva formaggio grana ad ogni visita in negozio, facevano la fila dietro il bancone. Ho un'immagine ben fissa nella mia mente di circa 16 anni fa in cui teneva in braccio il figlio di un cugino di uno o due anni: sembrava che nella sua vita non ci fosse niente di più naturale.

C'è lo zio-papà, il depositario del sapere artigianale, l'uomo che sussurra ai cani, è zio a prescindere dalla generazione, è zio per tutti. Ed è proprio perchè è zio di tutti che è uno zio-papà. E' un catalizzatore di piccoli perchè con lui si sorride sempre. Lui fa gli scherzi ma riesce a rimanere serio e quindi i bimbi non capiscono mai se dice la verità o li prende in giro. Fino a quando gli sorridono gli occhi e il segreto è svelato.

C'è il cognato-papà, il papà che lavora. Dopo due mesi a Mantova, Fede si sbaglia ogni tanto e lo chiama papà come le cuginette. E' il papà che si aspetta di ritorno la sera per raccontargli le cose speciali che sono successe nella giornata. Per lui cambierebbe cognome. Forse anche casa. E non trascuriamo il fatto che è l'unico dottore di cui non ha mai avuto paura.

E fin qui tutto nei ranghi: figure di papà abbastanza tradizionali, sicuramente positive che forse fanno parte di un mondo un po' obsoleto, in cui il papà era un ruolo preciso, con responsabilità chiare, sfere educative specifiche.

Ma il mondo di oggi è diverso e fare il papà è una cosa diversa.

Il 2013 è stato un anno generoso con la mia famiglia allargata e ha portato ben 2 nuovi Gatti.
Ed è per questo che ho potuto osservare da vicino i miei due cugini - che ho visto crescere con me - che diventavano papà.
Per la precisione, uno lo diventava per la seconda volta. Ma per il più giovane era una novità.
Per questo ho visto due moderni papà all'opera.
Moderni perchè partecipativi senza ruolo: dare il latte, dare la pappa, cambiare pannolino. Si fa tutto! E magari per dare respiro alla mamma si mette giù il più piccolo che sta tranquillo per dare attenzione alla figlia più grande. Oppure si tiene il bimbo in braccio mangiando la pizza con l'altra mano, così una volta ogni tanto anche la mamma può mangiare usando le posate con tutte e due le mani.
Moderni perchè sono più attenti e ansiosi delle mamme! Perchè guai a mollare i loro figli se non in situazione di totale sicurezza e confort che non si sa mai! Sai l'ho sentito tossire, secondo me si sta svegliando, preparati perchè avrà fame, avrà caldo?, avrà freddo? Mi fanno tenerezza ma è chiaro che loro non hanno fatto tutta la pratica con le bambole che hanno invece fatto le loro compagne da piccole: è solo un problema di esperienza.
Moderni perchè non si fanno fermare da niente: una volta quando i bimbi erano piccoli, stavano a casa e le mamme con loro. Questi papà invece caricano in macchina tutto e tutti, fanno del monovolume l'auto più desiderata, conoscono a memoria le caratteristiche di tutti i seggiolini auto e praticano l'arte del caricamento bagagli in modo sublime: non importa dove si va ma si va tutti insieme! E prima le cose dei bambini e poi una borsina per noi. E se per lavoro devono andare da soli, non vedono l'ora di tornare a casa.

Loro non sono un'eccezione, di moderni "bravi papà" ne conosco davvero tanti. Guarda caso, tutti gli amici che ho sono degli ottimi esempi di "bravi papà".
Tranne uno. Quello che avrei voluto per lui.
Ma non è così grave: mi basta sapere che con il suo papà lui sta bene e si diverte.
Poi al resto ci penso io. Io e tutta la tribù di "bravi papà" di cui mi circondo.
Compreso Barbapapa.