lunedì 13 gennaio 2014

L'IMPORTANZA DI UN BARBAPAPA

Queste vacanze passate in famiglia mi hanno portato ad osservare da vicino alcune belle cose.
In particolare ho visto dei Papà.
La maestra del Topolo se mi vedesse scrivere un nome comune con una lettera maiuscola mi farebbe un bel segnaccio rosso, ma in questo caso "papà" non è proprio comune. Un bravo papà non è una cosa così comune.
Grazie a Dio di bravi papà ce ne sono tanti - io ho la fortuna di essere cresciuta senza sapere cosa fosse un papà non buono - ed è una condizione che prescinde dal fatto di essere sposati, conviventi, separati...
Un buon papà è difficile da descrivere, è più facile osservarli.

C'è il nonno-papà, che per me è fondamentale. Ripetendo i miei messaggi, rinforza la "papà" che c'è in me da un lato e racconta a Federico le stesse cose che raccontava a me quando ero bambina. E se lo porta dappertutto proprio come faceva con me. Solo quando sono con lui, faccio veramente la "mamma" - quella affettuosa e complice - perchè altrimenti mi tocca essere sempre ambivalente. Non l'ho mai visto respingere un bambino, nonostante sia all'apparenza burbero. Quando distribuiva formaggio grana ad ogni visita in negozio, facevano la fila dietro il bancone. Ho un'immagine ben fissa nella mia mente di circa 16 anni fa in cui teneva in braccio il figlio di un cugino di uno o due anni: sembrava che nella sua vita non ci fosse niente di più naturale.

C'è lo zio-papà, il depositario del sapere artigianale, l'uomo che sussurra ai cani, è zio a prescindere dalla generazione, è zio per tutti. Ed è proprio perchè è zio di tutti che è uno zio-papà. E' un catalizzatore di piccoli perchè con lui si sorride sempre. Lui fa gli scherzi ma riesce a rimanere serio e quindi i bimbi non capiscono mai se dice la verità o li prende in giro. Fino a quando gli sorridono gli occhi e il segreto è svelato.

C'è il cognato-papà, il papà che lavora. Dopo due mesi a Mantova, Fede si sbaglia ogni tanto e lo chiama papà come le cuginette. E' il papà che si aspetta di ritorno la sera per raccontargli le cose speciali che sono successe nella giornata. Per lui cambierebbe cognome. Forse anche casa. E non trascuriamo il fatto che è l'unico dottore di cui non ha mai avuto paura.

E fin qui tutto nei ranghi: figure di papà abbastanza tradizionali, sicuramente positive che forse fanno parte di un mondo un po' obsoleto, in cui il papà era un ruolo preciso, con responsabilità chiare, sfere educative specifiche.

Ma il mondo di oggi è diverso e fare il papà è una cosa diversa.

Il 2013 è stato un anno generoso con la mia famiglia allargata e ha portato ben 2 nuovi Gatti.
Ed è per questo che ho potuto osservare da vicino i miei due cugini - che ho visto crescere con me - che diventavano papà.
Per la precisione, uno lo diventava per la seconda volta. Ma per il più giovane era una novità.
Per questo ho visto due moderni papà all'opera.
Moderni perchè partecipativi senza ruolo: dare il latte, dare la pappa, cambiare pannolino. Si fa tutto! E magari per dare respiro alla mamma si mette giù il più piccolo che sta tranquillo per dare attenzione alla figlia più grande. Oppure si tiene il bimbo in braccio mangiando la pizza con l'altra mano, così una volta ogni tanto anche la mamma può mangiare usando le posate con tutte e due le mani.
Moderni perchè sono più attenti e ansiosi delle mamme! Perchè guai a mollare i loro figli se non in situazione di totale sicurezza e confort che non si sa mai! Sai l'ho sentito tossire, secondo me si sta svegliando, preparati perchè avrà fame, avrà caldo?, avrà freddo? Mi fanno tenerezza ma è chiaro che loro non hanno fatto tutta la pratica con le bambole che hanno invece fatto le loro compagne da piccole: è solo un problema di esperienza.
Moderni perchè non si fanno fermare da niente: una volta quando i bimbi erano piccoli, stavano a casa e le mamme con loro. Questi papà invece caricano in macchina tutto e tutti, fanno del monovolume l'auto più desiderata, conoscono a memoria le caratteristiche di tutti i seggiolini auto e praticano l'arte del caricamento bagagli in modo sublime: non importa dove si va ma si va tutti insieme! E prima le cose dei bambini e poi una borsina per noi. E se per lavoro devono andare da soli, non vedono l'ora di tornare a casa.

Loro non sono un'eccezione, di moderni "bravi papà" ne conosco davvero tanti. Guarda caso, tutti gli amici che ho sono degli ottimi esempi di "bravi papà".
Tranne uno. Quello che avrei voluto per lui.
Ma non è così grave: mi basta sapere che con il suo papà lui sta bene e si diverte.
Poi al resto ci penso io. Io e tutta la tribù di "bravi papà" di cui mi circondo.
Compreso Barbapapa.


sabato 28 dicembre 2013

IL NATALE DELLA MAMMA SINGLE

Sarà che sono arrivata al 22 dicembre stremata, sarà che in casa - per scelte fatte assolutamente da me - si vive accampati dal 26 novembre... sarà quel che sarà, ma l'idea di tornare dai miei genitori per due settimane e dormire, mangiare e andare a spasso (oltre a fare i compiti) mi attira come una vacanza alle Maldive!
E quindi si parte.
Aspetta... la mamma-single che parte per Natale ha due scogli da superare: primo, caricare la macchina da sola; secondo, fare in modo che il figlio 7enne non veda i regali visto che anche per quest'anno l'idea di Babbo Natale è ancora accettata.
Certo quando era piccolo era più facile: era una sorta di percorso ad ostacoli con catena di montaggio in cui a me spettavano tutte le fasi ma lui era più gestibile. Percorso porta-ascensore: Fede se ne stava tranquillo in casa già tutto imbacuccato e quindi impossibilitato a correre fuori di casa. Poi tutti insieme in ascensore con i pacchi miracolosamente incastrati sul fondo: in fin dei conti allora occupavamo poco spazio e ce n'era abbastanza per tutto il resto. Scarica le paccottiglie dall'ascensore, lascia lì tutto incustodito che tanto non c'è niente da rubare, vai a prendere la macchina e fai il giro dell'isolato perchè la viabilità sotto casa nostra è un casino, entra nel bar a cercare il "personaggio carino" che ha parcheggiato sul nostro passo carrabile per andarsi a prendere il caffè e alla fine agganciare il figlio in macchina mentre facevo la spola in stile dea Kalì dal portone al portabagagli.
E in tutto questo i regali stavano già in macchina dall'ultimo weekend del pupo passato con il padre.
Ora eludere la sua sorveglianza è più difficile, ma faccio leva sulle sue debolezze per ricavare spazi di segretezza: "Fedeeeeee, vado a prendere la macchina... tu stai in casa un attimoooo? ti lascio il cellulare di mamma così se hai paura mi chiami su quello aziendale". Ossia: ti lascio l'iphone per giocare così cadi in catalessi per quei cinque minuti che mi servono a caricare i regali nel baule.
Il viaggio invece è da sempre la cosa che preferisco: abbiamo questa nostra compilation di canzoni natalizie che ho intitolato "Natale per noi due" e che da quando è nato ascoltiamo per tutto il mese di dicembre. Ci sono le mie canzoni preferite naturalmente, i grandi classici in diverse versioni e così si canta per tutta la strada ed arriviamo pieni di spirito natalizio... Come vuoi sentire Mika? ma sei pazzo? si, certo che l'ho portato ma per il viaggio di ritorno... ma cosa è successo al mio bambino dolce che cantava "fiiiiii de uoooooo" ("Do they know it's Christmas" versione 1985 - ndr) per 2 ore di fila a soli 3 anni? ok dai... prima ascoltiamo Mika ma poi mi fai sentire le mie canzoni di Natale. Non so perchè ma "Lollipop" non mi fa lo stesso effetto di "Jingle bells".
Sono a casa dei miei, qui è tutto come sempre.
La sottoscritta ha la responsabilità delle spese last minute per due importantissimi motivi:
a) è nota e accettata la mia incompatibilità con la cucina elaborata, abilità di cui si è appropriata interamente la sorella;
b) sono l'unica che può tollerare di andare in giro per negozi a cercare proprio quella cosa che serve per la ricetta principale il giorno della Vigilia, non temo i centri commerciali, le file alla cassa o il fatto che il mascarpone sia sparito da tutti i banchi-frigo: il risultato della missione è assicurato entro il tempo necessario per cucinare!
Ed ecco che comincia il Tour de Force con i soliti accorgimenti: pranzo del 24 a base di minestrone per affrontare il Cenone, cena con i parenti ("solo" 17 quest'anno) e scambio dei regali dei grandi. A mezzanotte meno un minuto Fede-Cenerentola va convinto ad andare a letto. Rischio due volte di farmi beccare con i regali da mettere sotto l'albero e alla fine decido di andare a dormire con lui e appena si è addormentato... peccato che la mia resistenza sia stata annullata dalla cena pantagruelica e finisce che mi addormento con tanto di bolla al naso da stomaco sopraffatto.
Ma la mamma-single deve essere previdente, per questo ho puntato la sveglia alle 5 del mattino.
La sento, la maledico, mi alzo, faccio il mio dovere e torno a dormire fino a quando il figliolo mi cinguetta "sarà passato?" saltando sulle mie gambe in pieno stile Christmas-movie. Andiamo a vedere... oddio me ne sono dimenticato uno... nonnaaaaaaa, hai mica visto se Babbo Natale ha perso un pacchetto da qualche parte???? In effetti così pare, sai amore, Babbo era davvero stanco quest'anno.
Adesso andiamo a pranzo dalla zia, come non vuoi venire? Si lo so che vuoi giocare ma poi torniamo... Torniamo rotolando noi grandi, lui invece ha mangiato due agnolini in croce e quindi alle 7 mi dici "ho fame". Ti guardiamo tutti come se avessi parlato in ostrogoto stretto e con un lieve rigurgito trovo la forza di dirti "mozzarella e carote?". Grazie a Dio, ti conosco abbastanza per farmi dire di sì.
Superato anche il Santo Stefano con la bisnonna che mangia solo spaghetti in bianco, il resto delle vacanze andrà in scioltezza. Pochi impegni, tanto riposo e la certezza che l'unico vantaggio dell'essere mamma-single durante le feste è che non mi metterò in coda per località montane o aeroporti... preferisco fare la figlia!

P.S. Le mie vacanze sono da mamma-single privilegiata. Per ragioni del tutto legate a scelte fatte dal padre di mio figlio, TopoFede passa tutte le vacanze con me e io non ho momenti di vuoto o di malinconia. Forse nemmeno di libertà, o almeno non quella convenzionalmente concepita. Per me la libertà è prendere Fede, caricarlo in macchina o in treno o solo in bicicletta e fare delle cose belle insieme.
Penso invece a quei genitori separati che amano i propri figli e sono costretti a fare i turni a Natale, perdendosi così l'atmosfera speciale che a Natale solo i bimbi sanno darti. Penso ai loro momenti di solitudine e tristezza, al fatto che Natale non sia sempre un momento facile per loro.
Un bacio e un abbraccio affettuoso a loro: coraggio, passa alla svelta...

mercoledì 27 novembre 2013

UN CARAMELLE REGALATO

Ogni oggetto fatto a mano ha una storia.
Questa è la storia di un Caramelle.
È una sciarpa che ha un nome e già questo le conferisce una dignità non comune, visto che quelle fatte in serie al massimo si possono permettere un codice a barre.
La tua no.
La tua è stata disegnata da una creativa speciale che si chiama Emma Fassio e che ha scelto di farla realizzare con filati altrettanto speciali.
Lo schema è semplice ma gioca molto sulla diversa composizione dei filati e come sono combinati tra loro.
I filati si chiamano ITO e arrivano dal Giappone. Sono di due tipi.
All’inizio e alla fine, in tutta la loro morbidezza ci sono due gomitoli di Sensai, un misto di mohair e seta dai colori brillanti – nel tuo caso vitaminici!
Le due Sensai si mescolano ad un certo punto con un filato che non le invidia per nulla: si chiama Urugami ed è un filo di carta avvolto da morbida lana. Ti assicuro: una cosa unica nel suo genere!  Nel tuo caso ho scelto il colore Navy per contrastare i due morbidi vitamici e combinarli in modo contrastante: fibra morbida, colore frizzante; fibra sostenuta, colore relax.
E poi alla fine di tutto questo arrivo io a mettere insieme il tutto: lo schema di Emma e i filati preziosi.
Me l’hai chiesta tu questa sciarpa, di solito rispondo “no, se vuoi ti insegno” ma se ti ricordi ti ho detto si quasi da subito.
Il motivo per cui di solito io non faccio per gli altri (se non per Federico o per regali di mia iniziativa) è perché capire un capo fatto a mano è cosa da pochi: un capo industriale è decisamente fatto meglio, più regolare, più facile da tenere. Ma un capo fatto a mano è una cosa diversa: bisogna averne una cura speciale, lavare a mano in acqua a 30 gradi, risciacquare subito subito e asciugare avvolgendo morbidamente in un asciugamano e quindi stendere in piano… te la senti di fare tutto ciò???
Dal canto mio ti dico che non dovrai preoccuparti se vedi fili che un po’ spuntano ogni tanto e in ogni caso mi avrai sempre a disposizione per sistemarli.

Allora… Manu, ti consegno il tuo Caramelle, spero che abbiate una buona relazione.

venerdì 22 novembre 2013

LA PAURA FA PAURA

Mercoledì mattina mio figlio ha vissuto un'avventura.
Siamo arrivati al pre-scuola alle solite 7.45 del mattino, notando all'ingresso del cancello un bel camion dei pompieri che più che allarmarci ci ha incuriosito come solo un camion dei pompieri può fare con un bambino di 7 anni.
Passiamo oltre, il commesso all'ingresso non c'è, ci accolgono le educatrici che ci dicono che sono scoppiati dei tubi ma non sanno di più.
Da mamma lavoratrice, valuto la situazione in 10 secondi netti: gli altri bambini ci sono e sono sereni, le educatrici sono tranquille, il riscaldamento funziona (da due giorni era rotto), serenamente bacio TopoFede sulla guancia, pretendo come sempre un bacio in cambio e lo lascio come ogni giorno.
Dieci minuti dopo essere arrivata in ufficio (quindi un'oretta dopo aver lasciato il figlio) mi squilla il telefono - la rappresentante di classe mi cerca, ahi ahi ahi...
Molto carinamente mi fa sapere che l'ala delle seconde è allagata e inaccessibile, che i bimbi arrivati all'orario ufficiale sono stati rimandati a casa, che le maestre sono comunque presenti e quindi il bimbo può rimanere a scuola ma... Non c'è bisogno di dirlo, impacchetto il PC e vado a prendermelo.

Mentre ci avviamo verso casa a piedi, Fede mi dice "sai mamma, oggi ho avuto paura, stavo per dire 'voglio la mamma' e mi veniva da piangere ma non volevo che mi prendessero in giro". Mi faccio raccontare tutto. Per farla breve, finito il tempo del pre-scuola, come ogni giorno è salito al primo piano per entrare in classe ma ha trovato un cartello con su scritto "accesso chiuso" (accesso? e che cosa capiscono i bambini di 6-7 anni? vabbè...) e si è trovato disorientato perchè non sapeva cosa fosse successo, non sapeva cosa fare e non aveva vicino un adulto a cui rivolgersi. Gli ho chiesto quindi cosa ha fatto dopo questo momento di sgomento e lui mi risponde "sono sceso e ho trovato la mia maestra all'ingresso, per fortuna".

Ho dovuto riflettere prima di rispondergli con calma perchè c'erano tante cose che meritavano di essere dette.
Ma la cosa che mi ha colpito è che la mia prima risposta istintiva sarebbe stata "ma non devi avere paura di queste cose!": sarebbe stato per me un modo per ridimensionare la questione, ma uno spiritello geniale mi ha trattenuto invece dal mortificarlo, perchè è così che lui si sarebbe sentito. Il messaggio che gli sarebbe arrivato sarebbe stato "è sbagliato quello che hai provato in quel momento".
La verità è che quella è stata per lui una reale situazione di disagio in un contesto in cui normalmente si sente al sicuro e in cui deve assolutamente continuare a sentirsi sicuro.
E allora decido di rivelargli una piccola grande verità: "Sai Federico, è normale e giusto che tu abbia avuto paura, ma hai saputo risolvere la cosa. E non perchè "per fortuna", come dici tu, hai trovato la maestra nell'ingresso ma perchè hai fatto la cosa giusta tornando nell'atrio a cercare un adulto che potesse aiutarti. Sono fiera di te.".
Ecco, invece di negargli un sentimento che per quanto negativo era in quel momento naturale e inevitabile, ho deciso di crescere la sicurezza nei suoi mezzi spiegandogli cosa aveva fatto di buono in quella situazione.
Non è stato facile, ho dovuto soffocare la risposta che tante volte in buona fede ho ricevuto anche io: per i miei genitori era il modo di farmi sapere che nelle situazioni in cui mi trovavo, in cui mi lasciavano loro erano consapevoli della mia sicurezza, che non mi avrebbero mai lasciato in pericolo. Anzi.
Ma ho deciso di rispondergli in quella maniera perchè mi sono messa nei suoi panni. Ho sentito per un attimo di essere un bambino spaventato di fronte ad una situazione inattesa.
E quando sono rientrata nei miei ho aggiunto "Anche la mamma ogni tanto ha paura di qualcosa (non esageriamo, eh... in fin dei conti sono sempre la sua Super Mamma). Ma è importante non avere paura della paura".

E arriviamo al secondo filone di riflessione.
Il Pensiero Comune identifica il coraggio come la capacità di non avere paura di niente.
Giusto o sbagliato? Semplicemente io non la penso così.
La paura è il sentimento istintivo che ci avverte del pericolo. Può essere piccola o grande, giustificata o no, oggettiva o irrazionale, visibile o presente solamente nella nostra testa.
Fatto sta che è un sentimento e non provare un sentimento - che sia piacevole o spiacevole - ci rende semplicemente più aridi.
Negarci un sentimento ci fa male.
Camminare di notte da sola in certe zone di Milano senza avere paura non è da coraggiose, è da inconsapevoli.
Quello che non sopporto personalmente del provare paura è averne paura. Lo so, ho appena detto che è un sentimento legittimo e bla bla bla...
Io ho paure, tante paure, mille paure, a volte così amplificate da non dormire per l'ansia. L'incertezza mi genera paura, la mancanza di controllo mi genera paura, la non pianificazione mi genera paura, stare su un palco addirittura mi terrorizza!
Eppure vivo tempi incerti, faccio scelte scomode, mi piego a situazioni imprevedibili, canto (almeno 2 volte l'anno) davanti ad un pubblico...
Perchè non voglio che la paura sia un limite per me. Voglio che funzioni come monito, per allertare tutti i miei sensi e prepararmi all'imprevedibile, ma non come freno.
Soffro di vertigini al punto da non riuscire a stare in piedi su una sedia. Ma da tempo sto meditando di provare una volta nella vita il deltaplano.
Ho un cantiere aperto sulla mia "paura di lasciarmi andare" che non nego, che cerco di elaborare con più o meno successo, dipende da quanta energia posso mettere in questo.
La paura non deve allontanarmi dai miei sogni o dai desideri, non deve fermare la mia vita, non deve uccidere la speranza.

E allora fiera del mio Uomino, della sua reazione al momento e del fatto di aver avuto voglia di raccontarmelo, la sera mi sono presa un momento speciale con lui, gli ho rubato la scatola dei millecolori e gli ho fatto "il Diploma del Coraggio".
E gli ho spiegato in cosa era stato realmente coraggioso.

Perchè il coraggio - a casa nostra - è avere paura e riuscire a gestirla nel migliore dei modi.

Oppure tenersela serenamente e riderci sopra: nessuno mi convincerà a rimettere gli sci e a prendere di nuovo una seggiovia! Posso vivere senza! ;-)
A meno che la seggiovia non serva per raggiungere una baita in cui facciano lo stracotto con la polenta...

lunedì 4 novembre 2013

IL BAR DELLE GRANDI SPERANZE di J.R. MOEHRINGER

Chi frequenta questo piccolo post sa che non parlo quasi mai di libri, parlo di lettura ma non di libri.
Perchè i libri mi piace leggerli, tenerli intimamente per me. Non pretendo che piacciano anche agli altri, non mi interessa. Anzi forse mi spaventa il fatto che non possano piacere allo stesso modo a chi mi piace come persona: mi sentirei quasi incompresa, creerebbe distanza là dove non ne voglio.
E poi, soprattutto quando mi piacciono molto, non riesco a tradurre mai con le mie parole piccole la grandezza delle emozioni che alcuni libri mi fanno provare.
E' un po' come quando bevo un buon vino, uno di quelli che ti riempiono la bocca al primo sorso e ti fanno venire voglia di rimanere lì a pensare, perchè sai già che il secondo non sarà la stessa cosa. Ecco, io bevo uno di quei vini e poi dico "mi piace", di più non riesco.

Ma per questo libro in particolare voglio fare uno sforzo. E' arrivato troppo a fondo nel mio animo per tanti motivi, non ultimo il fatto che l'autore è bello, bravo, simpatico e intelligente! Momento di debolezza, scusate.

Quasi tutti i libri che leggo hanno una storia, una MIA storia. Spesso queste storie iniziano in libreria, con una quarta di copertina interessante o con un titolo accattivante. Da questi piccoli spunti nascono grandi affinità elettive e diventa difficile uscire dalla libreria senza aprire il portafoglio.
In questo caso la storia è più articolata e nasce da un'evento del Festivaletteratura 2013. Avevo deciso quest'anno che avrei seguito il percorso delle biografie: tutti eventi che parlassero di come si racconta un percorso lungo una vita. Ed è così che sono arrivata all'evento in cui Beppe Severgnini chiaccherava con l'autore della biografia di Andrè Agassi, uno di quei libri arrivati in casa dalla copertina, che poi mi aveva catturato per la bellezza drammatica della storia.
Ebbene, fino alla pubblicazione del programma del Festival non sapevo chi fosse il vero autore del libro e solo grazie al breve profilo ho scoperto che tra le altre cose era un premio Pulitzer.
Curiosity killed the "Cats".
Da lì, comprare il biglietto è stato un attimo (un vero colpo di fortuna, come sempre per gli ospiti illustri del Festival) e sono arrivata a far la coda fuori dal cortile di Palazzo Ducale senza altra informazione, perchè mi piace arrivare un po' ignorante ed uscire da questi incontri sentendomi un po' più ricca dentro.
La chiacchierata tra i due (superato lo sconcerto provato scoprendo che oltre a Beppe c'era il "fratello sconosciuto" di Rob Lowe... non sono abituata agli scrittori affascinanti!) è stata arricchita da un bravissimo Valerio Mastrandrea che leggeva per noi. Tra le varie cose da lui lette c'erano appunto alcune pagine di questo libro, di cui poi Severgnini e l'autore hanno svelato altri segreti.
E' un autobiografia, ma non solo. E' la storia di una certa America, ma non solo.
Alla fine di quelle 484 pagine per me è soprattutto la storia di una madre single e di un figlio cresciuto da sola, con mille pensieri, con tanta forza, con tanta speranza, tra errori e rinascite. E leggere di questo figlio che crescendo capisce, capisce tutto, gli errori, le bugie a fin di bene, l'essere sempre lì quando hai bisogno mi ha commosso fino alle lacrime, pagina dopo pagina.
Già durante l'evento, il tema era stato anticipato e con poche parole avevo iniziato a piangere in silenzio. Ed è questo il motivo principale per cui ho dovuto comprare il libro prima di andarmene da lì.
Ma quel libro è tante cose, questa è solo la parte che io ho vissuto più da vicino.
E' scritto benissimo, inutile dirlo, è una galleria di ritratti molto particolari, mille personaggi uno diverso dall'altro, ognuno con una storia mai lasciata così, sospesa tra le pagine.
Arrivata a nemmeno un terzo del libro ho avuto bisogno di una matita a farmi compagnia, a sottolineare le frasi che mi piacevano di più: il commento di quel personaggio, la battuta volgare che vorrei avere il coraggio di dire ogni tanto, una situazione che sentivo vicina resa con estrema poesia, una frase che vorrei ricordare per quando avrò bisogno di fare coraggio a mio figlio o di spiegargli i fatti della vita.
C'è zio Charlie, c'è Don, c'è McGraw, Jimbo, c'è persino Frank Sinatra.
Si piange, si ride, si diventa un po' amici di tutti. Come si fa quando si beve in compagnia.
Ma guarda un po': è la storia di un bar. Che fosse proprio questo l'obiettivo dell'autore?
Decidetelo voi, io vi aspetto al bancone per un Martini alla fine.

martedì 29 ottobre 2013

ELOGIO DELLA PIGRIZIA

Qualche giorno fa una persona speciale è passata da qui e mi ha dato il buon consiglio di non abbandonare il blog.
Non lo sto abbandonando, ma questo mio piccolo angolo è nato in un momento della mia vita in cui non c'era nessuno ad ascoltarmi, proprio quando io avevo tante tante cose per la testa che volevo condividere con il mondo.
Oggi la mia vita è piena in modo indescrivibile: di amici, di interessi, di impegni... Ho bisogno di accedere a tutto stabilendo delle priorità.

BLAH BLAH BLAH BLAH...

Avrei potuto continuare su questa linea di idee e crearmi alibi realistici ma privi di solidità argomentativa.
E quindi prendo una solenne decisione e faccio outing: IO SONO PIGRA!
Io adoro fermarmi, mi fermo fisicamente per aprire la testa ai mille pensieri e alle emozioni.
Io decido di rimanere per un'intera giornata sul divano senza sentirmi minimamente in colpa.
Io guardo mio figlio la domenica mattina e gli dico "oggi non facciamo niente"; lui mi guarda grato e comincia a giocare.
Io arrivo all'ora di pranzo/cena e decido che per nutrirmi posso anche aprire una scatoletta di tonno.
Io guardo la polvere di casa e decido che alla fine non morde...

Cosa c'è di male nell'essere pigri? Se vissuta in modo costruttivo, come momento di riposo meritato per noi guerrieri della vita moderna, e senza malinconia (ma anche qui non sono per la negazione assoluta) è benefica e rigenerante.
Fermarsi significa godersi l'istante, apprezzare il momento, gustare la NOIA (altra parola che fa tanto tanto paura a noi "generazione del dovere").
Decidere di essere pigri significa dare un senso a quell'urlo che può nascere dentro di noi, il "fermate il mondo, voglio scendere" che tutti prima o poi arrivano a pensare... Non serve fermare il mondo, basta fermare noi. Per poi scoprire quando sarà il momento che il mondo è andato avanti ma non è successo niente di irreparabile.

E poi ci sono momenti in cui sono esattamente l'opposto, in cui non posso sopportare la sola idea di rimanere in casa più di un'ora, in cui non riesco a fermarmi nemmeno per dormire.
In questi momenti spesso passo di qui e scrivo parole aeree, a volte non mi rimane il tempo nemmeno per quello.

Passo di qui quando sento di avere qualcosa da dire... e quando mi concedo il tempo di ascoltare quello che ho da dire.

mercoledì 19 giugno 2013

LE VACANZE DELLA MAMMA-SINGLE

***ATTENZIONE: in questo post non ci sono segreti per risolvere tutti i problemi della vostra vita, ma alcune considerazioni basate sulla mia esperienza personale e che possono tornarvi utili se:
- siete mamme single e cercate conforto in chi è come voi;
- siete persone che interagiscono con mamme-single e certe cose proprio non riuscite a capirle;
- siete mamme e dato che il 90% del tempo vi occupate da sole di tutto, siete un po' mamme-single;
- siete amici della sottoscritta e leggete per simpatia.

LE VACANZE
La scuola è finita, la scuola primaria finisce prima. Avevo meditato di mandare il topolo al campo estivo per tenerlo un po' qui con me ma la scarsità di alternative decenti ne facevano solo un parcheggio e per giunta neppure comodissimo. Decisione sofferta per me ma accolta con estremo favore da lui: si parte per la campagna, si va dai nonni.

Pro:
- lui è felice e libero, il tempo si è stabilizzato e quindi è sempre all'aperto, è allegro, fa esperienze nuove, mangia e dorme ed è viziato e coccolato ai massimi estremi (e io ritengo questa una cosa estremamente positiva visto i bei ricordi che ho dei miei nonni);
- la mamma è libera ogni sera e riesce a fare tante delle cose che durante l'inverno sono limitate dalla scuola e dal fatto che, dovendoci alzare prestissimo al mattino, la sera dobbiamo andare a letto presto (o dal fatto che la baby sitter è un costo on top!);
- la cena è un'opzione: dato che non ho il pupo che alle 7 mi dice "ho fame" e non devo rispettare le rigorose tabelle alimentari che faranno di lui un adulto sano (per me ormai è andata...) non ho pensieri del tipo "devo fare la spesa", "ho scongelato il minestrone?", "se oggi ha mangiato pasta al ragù stasera si mangia pesce" e così via;
- la casa è uno specchio, i giocattoli sono in ordine, la roba da lavare e stirare diminuisce drasticamente;
- posso fare la doccia con calma quando vogliooooooo.

Contro:
- a fine estate me lo riporto a Milano un paio di settimane prima dell'inizio delle scuole per "rieducarlo": il passaggio dallo stato brado allo stile di vita cittadino richiede uno sforzo da parte di entrambi;
- i miei weekend estivi sono tutti fuori città e fuori casa mia... la valigetta è sempre aperta sul pavimento della camera da letto, non faccio in tempo a svuotarla che la devo rifare... a me 'sta cosa mette ansia;
- io sono libera tutte le sere dal lunedì al giovedì: quando faccio questa dichiarazione sono tutti stracontenti (io pure) ma poi riuscire ad incastrare gli impegni di tutti gli amici proprio in quei giorni è sempre cosa ardua e quindi di fatto la maggior parte delle serate la passo da sola in casa, senza nemmeno il figliolo con cui chiacchierare; di contro lui ha da fare tutte le sere...
- salto la spesa del weekend, il che significa che se esco presto dal lavoro e passo a comprare qualcosa mi posso concedere la cena, diversamente svuoto il congelatore alla ricerca disperata di cibo: a giugno funziona, a luglio comincio ad avere problemi...
- mi manca quando non c'è, è innegabile, e sentirlo il giovedì sera, buttargli lì un "tesoro, domani arrivo" e sentirsi rispondere "noooooo..." (pur sapendo che poi il giorno dopo mi si incolla tipo francobollo e non mi molla più fino al lunedì mattina) non è bello, no no...

Che dire di più? Vedo in giro tante facce di adulti rilassati. La scuola è finita per tutti, tanti sono i bimbi partiti per le vacanze, tanti sono i genitori che pensano "da stasera torno a fare la vita che facevo 10 anni fa..." e Milano in effetti offre davvero tante occasioni per distrarsi in estate.
E' che se si è in due è anche bello sentirsi alle 7 di sera e dirsi "pizza e birra?", oppure "stasera andiamo...".
Per la mamma-single forse è un po' diverso: il giro di telefonate con gli amici ti può andare bene o male. E dato che li hai "snobbati" per tutto l'inverno (tutto motivato, ma così è) non puoi certo pretendere che siano lì ad aspettarti.
E allora faccio tesoro anche delle serata in solitaria: dormo, mi rilasso, vivo un po' on line con gli amici lontani o ancora bloccati in casa perchè i nonni non ci sono e alle 8 del mattino c'è il Centro Estivo, scrivo, ascolto musica senza preoccuparmi del volume (con rispeto del regolamento condominiale, però!) e aspetto le vacanze, quelle vere! Questo è solo un momento falsamente reale...