mercoledì 4 marzo 2015

IL BELLO DELLA VITA

Topolo è sereno.
Non è una cosa che dico con leggerezza, anche lui ha i suoi alti e bassi aggravati dal fatto che nonostante i suoi 9 anni scarsi ha una sensibilità che nei periodi peggiori sfocia in fragilità e che si esprime principalmente quando la sua mamma-scudo non c'è. In modo pessimo, sempre. E inaspettato, anche per lui.
Ma è dallo scorso Natale che vive in una dimensione particolarmente positiva, nell'ultimo mese poi il filotto festa di carnevale-tanti weekend con mamma-tanti bei voti a scuola-la raccolta delle figurine dei calciatori come i suoi compagni-la gita a Torino-la zia+cugina che passano la giornata con noi a Milano nei luoghi che lui sceglie-la nonna che viene a trovarci lo hanno messo in una buonissima condizione.
Si vede fuori e si vede a casa.

Perchè se è sereno accetta di crescere.
Quando si sente fragile lo rifiuta.

Crescere in questo momento per lui significa "faccio io", che non è il "faccio da solo" dei 3-5 anni che ti si incastra sempre quando hai fretta, quando non puoi permettergli di fare da solo, quando fare da solo significa che poi tu devi pulire e mettere a posto.
E' un "faccio io" a valore aggiunto.
"Ti devo guardare i compiti?" "No, mamma stai tranquilla".
"Ti aiuto a ripassare geografia?" "No no, ho già fatto" (e mi torna a casa con un "molto preparato" che lo inorgoglisce a dismisura perchè è tutto suo).
"Fede, non mi sento bene, ti dispiace se mi metto sul divano?" "No no, quando finisco di mangiare vengo a farti compagnia"e naturalmente prima di raggiungermi sparecchia.
"Io preparo la pizza, tu occupati delle borse della piscina" "Va bene, faccio anche la lavatrice?".
"Nonna, la so io la strada, non preoccuparti".

Ogni risposta così a me stringe il cuore. E' come se lo vedessi a poco a poco corrodere il vero "cordone ombelicale" che ci unisce da quando è nato.
Ma dato che il periodo è buono, spingo sull'acceleratore.
Gli ho tolto la sponda del letto (non ne aveva bisogno da mo' ma rifiutava di toglierla e il fatto che fosse montata nel lettino scoraggiava me); in cambio diventa più facile sdraiarmi accanto a lui per coccole e confidenze. E tirarlo giù dal letto la mattina!
Per attraversare la strada comanda lui, io mi fermo sul marciapiede e aspetto.
La luce prima di dormire la spegne lui quando ha finito di leggere.

E ogni tanto mi fermo ad osservarlo: chi è questo "uomino"? Che fine ha fatto il mio bambino?

Naturalmente la strada da fare è ancora lunga, ma io - che fino a ieri ero preoccupata per la sua autostima e indipendenza - comincio un po' a tirare fiato, a vedere i primi risultati di un percorso.
Intendiamoci, non è pronto ad uscire di casa anzi, in questo momento quando si pensa grande mi chiede "ma tu dove sarai?".
E continua ad avere le sue paturnie, le sue paure, la sua voglia di giocare sempre e comunque.
E continua a sorridere nel cuore della notte quando gli lascio una carezza e un bacio, proprio come faceva da neonato.
"Te ne do abbastanza di baci secondo te?" e mi sorride con la faccia di un gatto che fa le fusa.

"Slipping through my fingers all the time
I try to capture every minute
The feeling in it
Slipping through my fingers all the time
Do I really see what's in his mind
Each time I think I'm close to know it
He keeps on growing
Sometimes I wish that I could freeze the picture
And save it from the funny tricks of time"

Faccio le mie fotografie, le salvo in cloud e nell'archivio dell'anima.

P.S. C'è un motivo se non riesco a vedere "Mamma mia" più di una volta all'anno...

giovedì 22 gennaio 2015

SANT'ANTONI CHISOLER...

"...S'at fè mia al chisol at ven so 'l graner"
Ogni anno il 17 di gennaio ho due appuntamenti importanti: il compleanno del cognato e il chisol.
Si, perchè ogni anno mi alzo, mi rendo conto che è il 17 di gennaio e sento nella testa la voce della nonna Dina che mi dice questa cosa in dialetto mantovano.
A far proprio le pulci, ho scoperto nel tempo che il chisol mantovano non è proprio quello che faccio io, ma è salato (versione magnum della "chisolina" o schiacciatina) oppure neutro con l'uva passa.
Quello che faccio io e che fa parte dei dolci ricordi della mia infanzia sembra invece più una tradizione della provincia bresciana, ma tant'è: la mia nonna lo faceva dolce e a conti fatti è una delle poche torte che adoro.

Non sono la cuoca più brava del mondo. Mio figlio pensa di sì ma semplicemente perchè ho dovuto adattare totalmente la mia cucina ai suoi gusti (e quindi non-cucinare, assemblare materie prime in modo semplice).
E diciamolo, mi imbarazza sentirmi dire dalla maestra "Federico a scuola non mangia perchè dice che sua madre cucina meglio" essendo consapevole delle mie lacune in materia.
Anche se forse a cucinare meglio di Mi-lano Ri-storazione ci vuole veramente poco...

Comunque, il mio chisol piace.
E allora vi regalo la ricetta.

150 gr di burro (niente alternative salutiste, o si fa o non si fa)
170 gr di zucchero
3 uova
350 gr di farina 00
50 gr di fecola (si può anche arrivare a 70 gr ma scendere a quel punto a 330 di farina)
1 bustina di lievito (io uso il Paneangeli, altrimenti che tradizione sarebbe)
1 pizzico di sale
1 pizzico di bicarbonato
latte intero q.b.

Tiro fuori il burro una mezz'ora prima così da farlo ammorbidire.
E intanto accendo il forno a 175°.

Mescolo le uova con lo zucchero con il robot da cucina così da montarle un po'.

A parte con il setaccio mescolo le "polveri": farina, fecola, lievito, sale e bicarbonato.
Una volta setacciate le aggiungo nel robot continuando a mescolare a velocità minima (altrimenti il motore si fa male...) e aggiungo il burro a fiocchi fatti con le dita senza fermare, un pezzetto per volta.

Spengo, lascio riposare per 2 minuti, poi riaccendo e aggiungo il latte a filo fino a quando il robot "non fa più fatica", fino a quando l'impasto è cremoso ma ancora sodo, non troppo liquido.
A questo punto lascio tutto a riposare mentre imburro e infarino per bene la teglia.
Tra i miei acquisti futuri c'è sicuramente un fornetto agnelli, al momento uso una normalissima teglia da forno per ciambelle e il forno.
Non lesinare mai su burro e farina per la teglia, pena il mancato distacco dalla forma una volta cotto!

Verso il composto nella teglia cercando di livellarlo il più possibile mentre lo distribuisco. Se non ci riuscite, lasciatelo lì per un po' che grazie alla fisica si livella da solo (se non lo fa, è troppo denso).

La cosa buona del chisol di mia nonna era la crosta, che nessuno in casa poteva "sbecolare" (ovvero smangiucchiare lasciando agli altri la parte sottostante) tranne mio padre. A casa mia questo privilegio non è concesso nemmeno al Topolo, invece.
Comunque, per fare la crosta basta distribuire sul composto già in teglia dello zucchero, un piccolo velo su tutta la superficie. Niente spennellamenti, niente di niente, fa tutto da sola.
Se invece preferite, potete utilizzare la granella di zucchero (versione preferita da Topofede).

Nel mio forno cuoce a 175° per 40 minuti più 5 a forno spento e portellone semiaperto per farlo asciugare un po' di più. In ogni caso, verificate sempre la cottura interna con uno stuzzicadente (io uso quelli da spiedino per controllare bene il fondo).

A piacere si può aggiungere la vanillina, la scorza di limone grattugiata, un po' di rum nell'impasto per farlo più aromatizzato, a noi va bene già così.

Il risultato? Questo!

A questo punto, essendo secco, si accompagna bene "pociato" in liquidi differenti a seconda dell'età o dei momenti della giornata.
In particolare nel latte e nel lambrusco. Ai palati più nobili piace con il malvasia, ma io son contadina dentro e il malvasia lo trovo troppo dolce.

Ha anche la caratteristica di fare tante briciole... da consumarsi consolatoriamente dopo che qualcuno prima di voi si è mangiato l'ultima fetta, a mo' di muesli (e anche qui, latte o lambrusco, fate voi!)

Che dire ancora? E' la torta più facile del mondo, a prova di cuoca inetta (vale a dire, la sottoscritta).

mercoledì 12 novembre 2014

SENTIRSI CHIAMATI IN CAUSA...

Fin qui, in questo mio spazio, non ho mai voluto esprimere opinioni personali etiche o politiche, perchè non mi piace fare polemica e perchè non ho voglia di essere fraintesa.
Ma questa volta mi prude il ditino e non ce la faccio più...
Ce l'ho con chi si scaglia contro le adozioni da parte di coppie omosessuali.

Parto dal fatto che chi vuoi amare è un po' un fatto tuo, che la cosa importante e così difficile a questo mondo è amare e essere amati, che non mi interessa il sesso con chi lo fai e nemmeno con chi lo farai: io credo profondamente nella libertà di amare chi meglio ti corrisponde e punto.

Semplificando un po' di passaggi, si può affermare che quando ci si ama, diventi quasi naturale il desiderio di famiglia.
E fin qui tutto bene.

Ma se leghiamo il diritto di amare chi vogliamo con il desiderio di famiglia, si scatena il putiferio.
Una volta era "se non sei sposato, non puoi avere figli" e questo assioma sembra definitivamente superato con questa mia generazione.
Ora è "se non lo fai con chi è 'giusto' farlo, allora non puoi avere figli".
Perchè altrimenti tuo figlio cresce senza un padre (o una madre) e sarà diverso dagli altri.

UDITE UDITE: IO STO CRESCENDO UN FIGLIO DIVERSO! Perchè nonostante lo abbia fatto con la persona del sesso giusto e persino da sposata, in questo momento è un'innegabile verità che io lo stia crescendo al 90% da sola. Ed è pure un maschio. Ed è circondato dall'amore di tante donne, che pur non amando me, si prodigano al massimo per lui. E in più ci sono il nonno, gli amici, gli zii come maschi di riferimento, senza bisogno che ce ne sia uno in casa. Il padre c'è ma si vede poco.
Ma non ci sono solo io: ci sono gli altri genitori single per caso o per scelta, ci sono quei genitori che hanno lottato contro un tribunale pur di affermare il proprio diritto ad amare, ci sono quei genitori che si sono presi la responsabilità per evitare ad un bambino di rimanere solo. Ci sono i genitori temporanei, quelli che per assicurare ai propri figli un destino diverso si devono allontanare da casa.
Ci sono tanti tipi di famiglie e sono tutte diverse tra loro.

La verità è che l'unica famiglia giusta è quella in cui ci si sente amati. Poco importa se la persona che ti cresce con dedizione e rispetto è un tuo consanguineo o no.
Il genitore che ognuno di noi ha in mente quando diventa grande è quella persona che ci ha curato da malati, che ci ha abbracciato quando piangevamo, che stava accanto a noi ma un passo indietro quando volevamo mostrarci indipendenti. Quella persona con cui abbiamo litigato per diventare forti nei nostri pensieri, quella che -al primo segno di fragilità- ci è venuta voglia di accudire da grandi.

Essere genitori non è una questione di sesso, essere famiglia non è una questione di numero o tipologia di componenti. Fare un bambino non è solo una questione di ovuli e spermatozoi, ma di formazione dell'identità di un individuo. Lo scoglio non è fare un bambino, ma far si che diventi una persona in grado di dare amore a sua volta (a chi vorrà anche nel suo caso). Poi se lo vogliamo crescere in base ai nostri sacrosanti principi, liberissimi di farlo: in casa nostra valgono le nostre regole, essere coerenti con il proprio credo -non solo religioso- è un esempio importante. Ma non pretendiamo che i nostri principi siano quelli di tutti. O che non sia possibile cambiare idea se qualcuno ci dimostra che stiamo andando nella direzione sbagliata. Naturalmente nel rispetto delle leggi e degli altri individui.

Per cui smettiamola, per cortesia, di parlare di famiglie diverse. Ci sono persone e storie che formeranno singoli individui. E quanto più saranno diversi tra loro questi individui, tanto più ci sarà ricchezza nel mondo, curiosità, spirito critico, dialogo, voglia di andare là dove non siamo mai stati.

Insegnare ai bambini che esiste un solo modello di riferimento per essere felici e "a posto" è un rischio per loro: si deprimeranno la prima volta che si sentiranno diversi dal modello. Lo so, perchè io sono cresciuta con un modello in testa (non inculcato, ma vissuto) e quando sono uscita dai binari mi sono sentita una fallita. Ed è stato solo grazie all'educazione alla diversità dei miei genitori che ho capito di poter essere felice da madre "diversa" e che in ogni caso la fine di qualcosa è solo un passaggio, non un fallimento. E il primo dovere di un genitore è preparare il terreno fertile per la felicità adulta del proprio figlio, qualunque siano le scelte che farà.

E dopo questo personale sfogo, chiunque è libero di commentare come crede, che sia contro o a favore. Leggerò tutti, non risponderò - per scelta - a nessuno.

giovedì 6 novembre 2014

STUDIARE (?!?!?) SCIENZE (O STORIA O GEOGRAFIA)

Classe terza, nuove sfide.
Ci sono i compiti tutti i giorni (ma su quelli c'è molta autonomia e le maestre non sono poi così cattive) e poi c'è da studiare.
E non è per niente facile studiare.
Per il Topolo però è facile leggere e questo - sembrerà assurdo - è quasi un problema.
Si, perchè lui legge (pure velocemente) poi arriva e dice "ho studiato".
Alla terza arrabbiatura con la voce che toccava gli ultrasuoni, e quindi lui non mi sentiva più ma il cane della vicina abbaiava a più non posso, ho realizzato che ancora una volta si trattava di fargli capire in un modo che potesse capire.
Dopo il successo del "metodo tabelline", mi ritrovo a pensare ancora una volta fuori dagli schemi.
Analizziamo la questione: lui legge e capisce e questo è già mezzo lavoro fatto. Però ci sono da imparare delle parole nuove e soprattutto la gestione dell'interrogazione con ansia e imbarazzo relativo.
Per la questione parole nuove, Santa Lucia un paio di anni fa aveva gentilmente portato un vocabolario per i bambini ("E' lo stesso che ha la maestra" mi cinguetta il Topolo, ottimo così possiamo fidarci di quello che dice il vocabolario...) e adesso che l'ordine alfabetico non è più un dramma, il ragazzo ci si affida volentieri, perdendosi ogni tanto nelle pagine a leggere di parole nuove, così come faceva tanto volentieri la sua mamma alla stessa età. Che bella questa sensazione!
Poi affrontiamo il discorso "parole chiave", che devi proprio usare quelle lì e non le puoi cambiare.
Individuate, si sottolineano e si memorizzano pedissequamente (foglia, margine, nervatura, picciolo...).
A questo punto viene il bello.
"Mamma ho studiato, me lo provi?"
"No, ne riparliamo tra un paio d'ore"
"Ma poi me lo dimentico"
E bravo... è proprio lì la questione. "Se pensi di potertelo dimenticare, studia ancora"
Il ragazzo si rifugia nella cameretta dove lo confino a studiare, dopo aver messo un muso che lascia la scia, tipo bava di lumaca, dalla sala. Rifuggo il senso di colpa di lasciarlo solo di fronte ad uno scoglio che gli sembra insormontabile. Abbiamo tempo.
Dopo una ventina di minuti, colpita dal silenzio che regna in cameretta, mi appropinquo alla porta senza palesarmi.
Lo sento che sta sommessamente ripetendo le due paginette di scienze.
Dentro di me sono orgogliosa: il messaggio è passato. Ma sono anche incuriosita... è stato quasi troppo facile.
Butto dentro la testa facendo meno rumore possibile perchè non voglio interromperlo.
La scena è questa: è seduto sul letto, guarda verso la testiera, il libro è aperto dietro di lui, ma la cosa più bella è davanti a lui.
Ha tirato fuori tutti i peluche (non li conto!) e sta insegnando loro la lezione come se fosse il maestro. Li guarda con intenzione, bello convinto. Ogni tanto si gira verso il quaderno e controlla di aver detto tutto per bene. E poi ricomincia.
E proprio durante uno di quei "giramenti di testa", mi intravede sulla porta. Io resto in silenzio, lui mi fa un sorriso complice.
Ho capito che hai capito.
Mi muovo dalla porta e lo lascio solo con i tuoi peluches. Torno in sala con la sensazione che pur non avendo fatto niente, ho fatto la cosa giusta. Questa volta ha trovato da solo il modo di fare quello che deve fare in una dimensione di gioco.
Me lo conferma dopo 10 minuti: "mamma ho giocato a fare il maestro"
E' tutto qui.
Per premio, prendo tutti i peluche e li butto in lavatrice. Se devono proprio andare a scuola anche loro, è giusto che siano puliti e profumati.
"Mamma, me la provi?"
"No, te la provo dopo pranzo"
"Va bene"
Quando si dice sentirsi sicuri...

giovedì 2 ottobre 2014

TORNARE A SCUOLA: LE TABELLINE

Non essendo wife, non posso definirmi "desperate housewife", ma essendo mamma decido di attribuirmi il titolo di mamma disperata.

Di quelle che fanno il conto alla rovescia dal primo giorno di scuola per intenderci.

Razionalmente ogni anno mi dico che sono una sciocca a preoccuparmi così tanto, in fondo TopoFede ha risorse personali sufficienti per cavarsela egregiamente da solo. Me lo ha dimostrato anche durante le vacanze estive gestendosi in completa autonomia i compiti e leggendo quanto consigliato e oltre senza nessuna costrizione, anzi!

Comincio a sentire i rumori di fondo... "fortunata te", "il mio fa una fatica...", "noi siamo andati a scuola con metà del libro da fare".

Poi però la scuola comincia e così i miei patemi.
Che sono soprattutto legati al fatto di sentire su di me (in quanto purtroppo la scuola pubblica è carente in questo) la responsabilità di insegnarli a fare leva sulle sue capacità innate, a portarle al massimo livello attraverso l'impegno e la pratica, a sfruttare quel potenziale inespresso oltre a quanto pedissequamente richiesto dai compiti.
Naturalmente nel rispetto del suo essere un bambino di 8 anni, mica lo faccio studiare fino a mezzanotte.

La scuola è iniziata con un clima di lassismo tipico da maschio di 8 anni che ha corso in lungo e in largo per tutta l'estate, cosa che non solo la mamma consente ma consiglia e stimola nei mesi estivi. Se uno si impegna deve avere un premio, lo penso a 360 gradi.
Lui si impegna a scuola e il premio è la libertà assoluta dal 7 giugno all'11 settembre (sempre senza dimenticare i compiti che lui ha imparato a collocare nell'oretta pomeridiana in cui i nonni o la mamma riposano).
Detto ciò, è faticoso per entrambi riprendere le regole e i ritmi scolastici. I quaderni sono pieni di errori di distrazione che la maestra non manca di sottolineare e che - conoscendo il Topo-polletto - tendo ad accettare per le prime 2 settimane.
Poi mi scatta.

Quest'anno è scattata con la prova d'ingresso di matematica.
E il commento in calce della maestra che dice "esatta l'operazione di calcolo, errato il risultato: ripassa le tabelline".
SDENG!
Appena terminata di leggere la frase mi giro verso di lui e gli dico "scusa, da quando in qua 8x8 fa 94? quanto meno dovresti sapere che la tabellina dell'8 non va oltre l'80".
Il meccanismo difensivo del Topolo di fronte al rimprovero consiste nella "sgranata di occhi à la mode del gatto degli stivali di Shrek". E gli viene un gran bene dato che la natura (e i geni paterni) lo hanno dotato di occhioni nocciola e lunghe ciglia scure.
Ma a me è scattata.
Insomma, dopo un anno ad impare tutte le tabelline, ripassarle ogni sera, cercare ogni mezzo per favorire la memorizzazione (ci sono le canzoncine su YouTube, se vi interessa) alla prova d'ingresso mi sbagli la tabellina?
Replica: "ma l'operazione era giusta!".
Risposta: "a maggior ragione, hai fatto un errore solo perchè ci hai messo mezza testa... (aggiungiamo carico da 90, con una dose di drammaticità inutile per il ragionamento ma efficace per colpire il suo immaginario) cosa succede se il dottore mentre ti sta dando la medicina ci mette mezza testa?". La risposta rimane sospesa nell'aria, il pensiero c'è, capisce la "gravità" della situazione.
Ma non sono persona da rimproverare e basta, si passa al piano d'azione.
Mi rendo conto che in realtà tra quanto studiato lo scorso anno e quanto richiesto dal programma di quest'anno c'è uno step da fare: passare dalla memorizzazione sequenziale alla prontezza di risposta.
La prima settimana si ripassano tutte le tabelline come le ha imparate in seconda e mi rendo conto che in realtà ci siamo.
Il problema diventa quindi trovare il modo di fare il passaggio di apprendimento.
Pensa che ti ripensa (perchè - mi ripeto - la scuola è carente in questo) ho trovato la nostra strategia.
Abolita la tavola pitagorica e il tubò che lo scorso anno tanto ci avevano incuriosito e aiutato, il mio "thinking out of the box" mi porta in realtà a focalizzarmi su un "box".
Un urna, una vaschetta da pesce rosso, un contenitore ikea.
E in questo contenitore finiscono le tabelline fatte a pezzetti: tanti foglietti, ognuno dei quali riporta un calcolo senza il risultato.
E ogni sera mentre la mamma prepara la cena si gioca: TopoFede pesca 10 foglietti, li apre uno ad uno, mi dice il calcolo richiesto e il relativo risultato, se sbaglia ne pesca un altro. Se li fa tutti giusti, la cena si conclude con un gianduiotto Gobino!
Tra il meccanismo stile tombola, la rapidità del giochino, il fatto di farlo insieme e la golosità del premio riservato al pieno successo, in una settimana già le cose sono cambiate. Ma continuiamo a farlo.
E adesso che per inglese deve studiare i numeri da 1 a 100, si aggiunge al calcolo anche la difficoltà di rispondere in inglese (con relativo spelling)... trucchetti da "desperate mum".
Che però ha raggiunto lo scopo: studiare con relativo divertimento qualcosa di apparentemente noioso.

Volete sapere come stiamo imparando a studiare? Ve lo racconterò!

P.S. Il Topolo lo ha raccontato alla maestra di matematica. Che lo ha immediatamente adottato come metodo per la classe. Peccato che non sia venuto in mente prima a lei... Le riconosco però il merito di aver trovato lo scorso anno le canzoncine per prima!

giovedì 31 luglio 2014

A ZONZO CON GLI OCCHI DEI BAMBINI

[Per il rotto della cuffia il post di luglio...]

Noi siamo già andati in vacanza!
In questa strana estate siamo stati così fortunati da beccare l'unica settimana con il sole, la prima di due trascorse, come da qualche anno, a Torre del Lago.
Bello il mare? Ne ho visti di più belli, ma ci sono talmente tanti altri motivi che ci spingono a tornare lì ogni anno che alla fine il mare è l'ultimo della lista.

Dicevo, la prima settimana ce la siamo goduta in spiaggia: caldo non eccessivo, sole presente ma non aggressivo (io sono persino arrivata a FP6 al quarto giorno), mare mosso con i cavalloni che ci si divertiva con niente... si stava proprio bene.
La prima settimana.
Poi il lunedì della seconda ha cominciato a rannuvolarsi.
E a fare freddo.
E a piovere.
Dopo anni che tenevo nel cassetto il piano B per esorcizzare il maltempo e i malanni che potessero tenerci lontano dalla spiaggia, quest'anno mi è toccato rispolverarlo.
In fin dei conti siamo in Versilia: Pisa, Lucca, Collodi, Altopascio, Vinci, con il treno volendo si arriva anche a Firenze! Da dove cominciamo?
Mi affido ai consulenti locali e decido: domani si va a Lucca.
Non vi dirò quanto è bella Lucca: vale la pena andare fin lì per apprezzarla secondo i propri gusti.

Io per esempio l'ho gustata in modo particolare.

Partiamo con calma, verso le 11 che non abbiamo fretta (e poi piove, lasciamo dormire la creatura), ci bardiamo con i nostri k-way, niente ombrello che mi da' fastidio, pronti, via.
Al nostro arrivo facciamo colazione (è quasi mezzogiorno, ma siamo in vacanzaaaaaaa), poi passiamo le mura ed entriamo in città.
Prima cosa: a naso - seguendo il profumo della buona musica - arrivo alla piazza del Lucca Summer Festival.
Momento di estasi, quasi da Sindrome di Stendhal, sento tutti i grandi che hanno suonato in quella piazza... e che io non ho visto, compreso il futuro concerto di Stevie Wonder che quando ho cominciato a pensare al come erano già finiti i biglietti. Anche il Topolo percepisce la grandezza del momento: il palco è davvero grande e così vicino. Stare lì per un concerto dev'essere da brivido. Vabbè, tirem innanz.
Riesco ad arrivare a via Fillungo, la via dello shopping lucchese, Topolo da' segni di insofferenza.
Lo invito a guardare il cielo che per un attimo è diventato blu e gli mostro l'imponenza delle torri sfidandolo a salire in cima alla più alta. "Dai mamma, tu soffri di vertigini".
Continuiamo a camminare guardando piccoli angoli curiosi.
"Mamma sono stanco"
"Riempiti gli occhi di bellezza e ti passa la stanchezza"
Mi guarda con un'espressione posata, poi decide che questa cosa gli piace e andiamo avanti. Però capisco che non si sente coinvolto, colpa mia: non sono abbastanza preparata per raccontargli storie ed è troppo piccolo ancora per apprezzare l'architettura di per sè.
Ma in via Fillungo ci sono due sorprese per noi.
La prima si chiama Museo della Tortura. L'età di TopoFede è quella in cui lo splatter attira, solo a vedere l'insegna gli si illuminano gli occhi. Ahimè è chiuso per l'ora di pranzo, riapre dopo. Faccino deluso, mamma supportiva: "Dai, intanto andiamo a mangiare e poi torniamo".
"Io non ho fame."
"Io si, quindi ci sediamo da qualche parte a far mangiare la mamma".
Torniamo sui nostri passi in via Fillungo e con la coda dell'occhio vedo in una vetrina una guida di Lucca per bambini. Mi scatta il clic, ma prima voglio capire se è una cosa seria. Entriamo, lui si tuffa sullo scaffale dei libri per ragazzi, io anche ma diretta al libro. Lo sfoglio: è la storia di un nonno che porta a spasso i nipoti per Lucca. Lo prendo.
Usciamo mentre lui sta ancora protestando per non avergli preso niente che gli piacesse. Gli dico "Fidati" e lo trascino. In una piazzetta carina e silenziosa troviamo un bar per un panino. Mentre aspettiamo, io prendo in mano il libro, lui sfoglia la Gazzetta per leggere dei Mondiali (ma lo sai che hai solo 8 anni???), tenta di aggiornarmi su Messi&Co. ma nota che sono concentrata e mi chiede "posso leggerlo?"
"Certo, l'ho preso per te"
"Parla di Lucca"
"Si e di un nonno che porta in giro i suoi nipoti per raccontargli le cose della città."
Non passano più di 5 minuti e l'ho già perso. Ha l'aria concentrata, riposa il corpo e accende il cervello: fa sempre così.
Quando arrivano i panini è già conquistato. "Mamma, poi ti dico io dove andare"
Ho fatto gol.
E così le ore successive passano davvero in un lampo. Al punto che mentre torniamo alla macchina mi dice "Torniamo domani e ci portiamo anche Sofia (l'amichetta lasciata a casa)?".
Lucca l'ha conquistato, è diventata grazie a quel libro una città con una storia che lui può vivere da dentro. Non smette di parlare, non si separa dal libro. Legge e rilegge delle cose che abbiamo visto.
Io sono davvero felice: ha costruito la sua emozione e la ricorderà anche da grande.

Mi spiazza la sera dicendomi "Quando andiamo a Firenze?". Gli rispondo che vorrei avere più tempo per visitare Firenze e poi dovremmo andare anche a Venezia. E nell'intimo mi viene l'angoscia della preparazione spirituale del viaggio: come posso fare a renderlo interessante come Lucca?

Al mio ritorno a Milano scopro che esistono delle guide turistiche dedicate ai bambini, anche una di Milano per adulti ma che si sviluppa come se fosse un romanzo giallo e tu fossi il detective e mi vengono tante idee e tanti desideri. Un po' ne parlo con lui, un po' me lo tengo segreto per sorprenderlo.
Certo è che con lui sto scoprendo un nuovo modo di fare la turista e mettersi nei suoi panni fa diventare tutto molto più coinvolgente e divertente.
E sì, si possono imparare tante cose anche in modo non noioso!

Ah, oltre al Topolo conquistato, io mi sono portata a casa altri due risultati personali:
- "Hai visto che aveva ragione la mamma quando facevi i capricci per il libro e ti ho chiesto di fidarti?". Sorride sornione: "Alla fine hai sempre ragione tu". Sacrosanto. In quanto madre e in quanto donna: prima lo capisci, meglio sarà per te.
- Rivolto all'amichetta che si lamentava di dover camminare troppo "La mia mamma dice 'Riempiti gli occhi di bellezza e ti passa la stanchezza' ed è vero". Amen!

martedì 10 giugno 2014

E SENZA VOLERE, UN KAL LUNGO UN ANNO!

Stavo mettendo ordine nello stash e nei wips e su ravelry tra foto e progetti e ho realizzato che i modelli di Emma Fassio mi piacciono davvero tanto. E mi piace tanto anche lei, per questo non perdo occasione per incontrarla ad un WS e mettere sui ferri un suo modello.
Non ha bisogno della mia pubblicità, ormai (e lo dico con un pizzico di ironia, perchè lei sa sorridere tanto e bene) è anche una diva televisiva, ma volevo trovare un filo conduttore e così anche se siamo a metà giugno, ho deciso di promuovere il “KAL 2014 con Emma Fassio”.
Lei è estremamente produttiva, un vulcano di idee, spazia da maglioni, stole, cardigan con una facilità impressionante e quindi non è difficile trovare il modello da fare.

In questo post parto dal lavoro completato in gennaio.

Il pattern si chiama “Terra del vento” ed è stato presentato ad un WS presso unfilodi ad ottobre 2013.
Disegnato per la Malabrigo Mecha o la Smooshy Dream in color, io ho scelto di realizzarlo con la Arroyo Malabrigo perché mi sono innamorata delle sue sfumature. Ho scelto un verde sfumato con il nero che molto si adatta al mio abbigliamento invernale.
Il modello è sviluppato da lato a lato con chiusura sovrapposta e maniche e collo realizzate riprendendo le maglie.
Ho realizzato la taglia M ma l’ho modificata per renderla più adatta alle mie forme e al mio stile.
In particolare, ho aggiunto delle short rows sotto il giro manica per adattarlo meglio al seno ed evitare l’eccessiva apertura dello spacco; sul davanti ho deciso di cucire la sovrapposizione fino all’altezza della vita per dare più l’idea di maglione (e farlo più comodo per me e per la vita che faccio) e non ho fatto le maniche per renderlo più portabile sotto giacconi e cappotti.

Il risultato mi piace davvero, l'effetto sbieco è interessante e snellente!
Lo scorso inverno l’ho indossato molto perché il collo abbondante tiene caldissimo e indossato con un maglietta di cotone a maniche lunghe lo rende perfetto per le temperature dell’ufficio.

Con pantalone nero e maglietta nera per un effetto più elegante, con jeans e maglietta bianca per un look più casual.